Susanna Nicchiarelli: «Io vittima dei bulli, mi chiamavano crosta. Oggi con i social è peggio anche se molti ragazzi sanno rispondere alle minacce»
Corriere della Sera - Cultura

Susanna Nicchiarelli: «Io vittima dei bulli, mi chiamavano crosta. Oggi con i social è peggio anche se molti ragazzi sanno rispondere alle minacce»

Martedì 3 febbraio 2026
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La regista ha scritto un romanzo per Mondadori: «Ho odiato quella ragazzina che voleva farsi accettare, ma tornare a volerle bene e capire da dove ha preso la forza per uscirne è una cosa che ti aiuta molto»

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Susanna Nicchiarelli: «Io vittima dei bulli, mi chiamavano crosta. Oggi con i social è peggio anche se molti ragazzi sanno rispondere alle minacce»

di Francesca Angeleri

La regista ha scritto un romanzo per Mondadori: «Ho odiato quella ragazzina che voleva farsi accettare, ma tornare a volerle bene e capire da dove ha preso la forza per uscirne è una cosa che ti aiuta molto»

«Take me down to the Paradise City/ Where the grass is green and the girls are pretty/Take me home (I want you, please, take me home)». La voce è quella acuta e potente di Axl Rose (ai tempi biondissimo, bellissimo, selvaggissimo), la schitarrata è quella mitologica di Slash. Se non sapete di cosa sto parlando: o siete troppo giovani o siete troppo vecchi (più la prima, la seconda per sbaglio l’ha sicuramente ascoltata). 
Susanna Nicchiarelli — regista, attrice e sceneggiatrice, premiata nel 2009 come miglior esordio ai David e ai Nastri d’Argento con il suo primo lungometraggio Cosmonauta — ci è scivolata sopra, su quella canzone, con tutta la sua adolescenza problematica da Roma Nord. Paradise City è il suo romanzo (Mondadori) e lo presenta oggi alle 18 al Circolo dei lettori con Federico Sacchi.

La ragazzina che salta felice in copertina è lei?

«Sì, eravamo i soliti e ci eravamo dati appuntamento nel solito posto, e ci facevamo le foto».

I selfie degli anni 80…

«Io capisco molto bene l’autorappresentazione che i ragazzi cercano sui social. Io pure cercavo la mia immagine. Mi facevo fare le foto dagli amici per poi guardarle e dirmi: ma chi sono io? Anche con la telecamera e i vhs. Non sono felice in quella foto».

No?

«Quando ti cerchi, ciò che trovi è la tua immagine spezzettata in mille parti, perché la vedi attraverso gli occhi degli altri. L’errore è chiederselo sempre cosa vedono gli altri e quindi diventa un’ossessione. Solo da adulti si cambia prospettiva».

La chiamavano: puzzola, crosta.

«Sono andata a presentare il libro in tv, a Forum. E Barbara Palombelli a un certo punto tira fuori ‘sti nomi… davanti a 700 mila spettatori. E io penso: “Dio, lo sta dicendo in televisione”. Ai tempi ero terrorizzata che uscissero fuori dalla classe. Un ragazzino non parla mai con nessuno».

A pensarci a quelle nostre adolescenze terrificanti, viene subito da fare il collegamento con l’oggi: come si sopravvive ai tempi dei social?

«Io mi immagino i commenti, le cose spiattellate davanti a tutti… per lo meno, quando uscivo in corridoio, le altre classi non sapevano. Nel libro racconto di una gara di nuoto in cui io ero terrorizzata che mi facessero i cori mentre nuotavo. Mi sentivo sempre sotto minaccia. Con i social sarebbe stato un inferno. Oggi hanno una chiave, però».

Quale?

«C’è una comunità che risponde, i professori sono più attenti. Il buono dei social è che almeno le cose le vedi, quelle parole invece scomparivano. La parola bullismo oggi esiste. E i ragazzini hanno più forza di rispondere a tono. L’altro giorno, mentre pensavo al fatto che quando accadeva io mi sforzavo di sorridere (pensando a mia madre che mi diceva di fare finta di niente ed essere superiore), ho domandato a mia figlia Luciana se lei, invece, risponde quando le dicono qualcosa. “Ma certo che rispondo”, mi ha detto. Il sollievo che mi ha dato».

Lei, alla faccia dei bulli, è riuscita ad avere la vita che desiderava. Dove ha trovato la forza una ragazzina perseguitata?

«Io volevo essere felice a tutti i costi. E libera. La nostra natura è libera quando la realizziamo completamente. Nanni Moretti (con cui ha iniziato la carriera alla Sacher Film, ndr) disse una cosa che mi rimase molto impressa: “Più di capire cosa vuoi fare, cerca di capire cosa non vuoi fare”. E a scuola mi era molto chiaro».

Si diventa adulti quando?

«Quando inizi a voler bene alla tua storia. Quando ho aperto lo scatolone con i miei diari, pieni di bigliettini e ricordi, mi sono chiesta perché avessi conservato tutto: perché lì dentro c’era il modo in cui ero diventata me stessa. Ho odiato quella ragazzina che voleva farsi accettare, ma tornare a volerle bene e capire da dove ha preso la forza per uscirne è una cosa che ti aiuta molto, anche da adulta».

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