«Marty Supreme» al Cinema Massimo e i concorrenti protestano. Si ripropone l'eterno dilemma pubblico «contro» privati
Il film con Chalamet in programmazione nella sala del Museo del Cinema (sovvenzionata con fondi pubblici) e non al vicino Greenwich di via Po. Il titolare Stefano Jacono: la sfida non è ad armi pari
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«Marty Supreme» al Cinema Massimo e i concorrenti protestano. Si ripropone l'eterno dilemma pubblico «contro» privati
di Gabriele FerrarisIl film con Chalamet in programmazione nella sala del Museo del Cinema (sovvenzionata con fondi pubblici) e non al vicino Greenwich di via Po. Il titolare Stefano Jacono: la sfida non è ad armi pari
Il Cinema Massimo. In riquadro l'attore Timothée Chalamet
Stavolta il problema è Marty Supreme, il blockbuster con Timothée Chalamet. Metà dei cinema di Torino lo hanno in cartellone: compreso il Massimo, il multisala del Museo del Cinema. Ma non ce l’ha il cinema Greenwich di via Po, che pure lo aveva prenotato dal distributore italiano, la società I Wonder Pictures. Perdere un filmone come Marty Supreme significa perdere un incasso sicuro. Di conseguenza Stefano Jacono, titolare del Greenwich oltre che del Classico e dell’appena riaperto Blue, è piuttosto seccato: «Quelli di I Wonder Pictures all’ultimo momento hanno deciso di non confermare l’accordo, e di dare invece il film al Massimo» perché, aggiunge, «il Museo del Cinema a una settimana dall’uscita ha pensato bene di esporre la statua di Chalamet/Marty Supreme». Statua davanti alla quale il direttore del Tff Giulio Base s’è fieramente instagrammato per ricordare al mondo che, lui, quel film lo ha presentato al Festival in anteprima internazionale. Non sono convinto che la decisione di favorire il Massimo sia dipesa dalla statua; e men che meno dalla volontà di far felice Giulio Base. Banalmente, constato che la società I Wonder Pictures è in ottimi rapporti di collaborazione — e sponsorizzazione — con il Museo del Cinema.
Carlo Chatrian, direttore del Museo, la racconta così: «Già a novembre ci avevano chiesto di mettere la statua, e mi dispiace davvero che non abbiano avvisato per tempo Jacono. Però non credo che sia il distributore a dire di non mettere il film al Greenwich, semmai è l’esercente che ci rinuncia. D’altra parte, se in una sala un film funziona non è perché sta rubando gli spettatori all’altra: Marty Supreme è in otto sale e il pubblico sceglie quella che preferisce».
Di per sé questa storia — e altre analoghe — si ridurrebbe alle normali dinamiche della concorrenza commerciale. Un film di successo fa gola: logico che gli esercenti se lo contendano, e logico pure (beh, fino a un certo punto...) che, programmandolo al Massimo, venga escluso il troppo vicino Greenwich. Logico, ammette lo stesso Jacono, se non fosse che non è ad armi pari la sfida tra un esercente privato e un colosso come il Museo del Cinema — con oltre 9 milioni all’anno di finanziamenti pubblici e 8,5 milioni di ricavi propri — che gestisce le tre sale del Massimo, di cui una sola è adibita alle attività proprie di un museo del cinema — cineteca, rassegne, retrospettive — mentre le altre due propongono normali prime visioni. Prime visioni non «da Museo del Cinema» bensì spiccatamente commerciali, protesta Jacono: titoli come Avatar – Fuoco e cenere, Sirat, Norimberga. «Beh — puntualizza Chatrian — Avatar l’abbiamo programmato perché abbiamo avuto la mostra di James Cameron per tutto l’anno. E tra l’altro da noi il film non è andato bene come in altre sale. Quanto a Sirat, non lo si può definire un film commerciale». Ok, ci sta. Comunque l’«incidente Marty Supreme» non fa che riproporre il dibattito, che dura da decenni, sul ruolo del Massimo, sala del Museo del Cinema ma anche competitor degli esercenti privati. E la domanda che pone Jacono, e che giro a Chatrian, è sempre quella: è corretto che una struttura pubblica faccia concorrenza ai privati giocando sullo stesso terreno — quello delle prime visioni commerciali — ma con mezzi e influenza superiori? Chatrian ha una sua risposta: «Io non sono un esercente, e come direttore del Museo molto umilmente dico la mia, ascolto tutti e sono aperto a ogni collaborazione. Certo, tra i miei compiti di direttore rientra anche quello di portare gente al cinema Massimo. Ma non scegliamo i film perché fanno tanti spettatori: li scegliamo perché sono di qualità, perché rientrano nel nostro progetto culturale. Non mi pare scandaloso se, ogni tanto, un dato film funziona pure al botteghino... Il Massimo ha un’attività di cineteca su cui investe molto: ad esempio adesso programmiamo un ciclo di film giapponesi dove chiaramente il rapporto tra l’investimento e l’incasso è a perdere, ma è giustificato dai nostri obiettivi culturali. E magari, mi auguro, il pubblico viene al Massimo per Sirat e vede la locandina dei film giapponesi, si incuriosisce e ritorna per i film giapponesi».
In effetti il Massimo rappresenta per il Museo un costo significativo, che nel 2026 sfiorerà i 900 mila euro (per la precisione, a preventivo sono 892 mila, di cui 321 mila per il personale), a fronte di 470 mila euro di ricavi, di cui 146 mila da proventi vari (in primis l’affitto delle sale) e solo 324 mila dalla biglietteria. Già così, con due schermi di prima visione, il passivo annuo è di 422 mila euro. «Noi siamo un’istituzione sovvenzionata, ma se ci limitassimo alle sovvenzioni non camperemmo — commenta Chartian —. Senza i biglietti della Mole e lo sbigliettamento del Cinema Massimo dovremmo drammaticamente ridurre le nostre attività». E conclude: «Se il Massimo deve fare le prime visioni, ma solo le prime visioni che nessuno vuole, allora non ha senso».
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