Aveva 17 anni e faceva la staffetta partigiana: la lettera dimenticata che racconta la guerra vista da una bambina
Una lettera del 1985 e un diario scritto tra il 1943 e il 1945 restituiscono la voce di Leletta d’Isola, ragazza di famiglia monarchica che, ancora adolescente, fiancheggiò la Resistenza in Piemonte
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Aveva 17 anni e faceva la staffetta partigiana: la lettera dimenticata che racconta la guerra vista da una bambina
di Carla Piro ManderUna lettera del 1985 e un diario scritto tra il 1943 e il 1945 restituiscono la voce di Leletta d’Isola, ragazza di famiglia monarchica che, ancora adolescente, fiancheggiò la Resistenza in Piemonte
Leletta d’Isola: partigiana, mistica, biografa. Nella Lettera a Barbato il ricordo potente di una bambina in guerra. «Onorevole e carissimo comandante, mio fratello Aimaro, forse il più giovane dei tuoi partigiani alla liberazione di Torino, mi dice che vorresti ricordare anche la nostra famiglia nelle tue memorie. Grazie!]..]Quel periodo tragico di guerra fu per noi, ancora nell’incoscienza della prima gioventù, una gloriosa epopea. La lotta per la libertà, quella libertà che sotto il fascismo non avevamo conosciuta, l’incontro con personalità di adulti maturati nella persecuzione, le discussioni ideologiche sincere e vivaci, furono irripetibile scuola di vita».
La lettera, del 1985, è indirizzata a Pompeo Colajanni, il comandante partigiano Barbato, poi sottosegretario nel primo governo De Gasperi. Chi gli scrive, prestando la propria memoria, è Aurelia Oreglia D’Isola, di famiglia monarchica e cattolica, poi Insegnante di filosofia e religiosa contemplativa, ma per Barbato e nei giorni della liberazione di Torino, soltanto Leletta. Nata a Torino il 1° aprile 1926, figlia del barone Vittorio Oreglia d’Isola e della contessa Caterina Malingri di Bagnolo, è sorella di Aimaro, amatissimo, minore di due anni e compagno di giochi nel castello di Bagnolo Piemonte, dove la famiglia vive.
Dalla Lettera a Barbato e cronache partigiane, il diario che Leletta scrive dal 1943 al 1945, mentre fiancheggia i partigiani come staffetta, torna potente il ricordo di giorni che furono guerra civile prima e liberazione poi. È un’infanzia di giochi e di scuola, sulle montagne di Bagnolo. Tutto cambia nel ’43 quando la bassa Valle Po diventa il centro dell’azione della Divisione Garibaldi in Piemonte contro i nazifascisti. La popolazione insorge, è cominciata la Resistenza. Scrive Leletta: «Anche i ragazzi meno sospettabili divenivano importanti. Si divertivano molto, quando capitava, di aver lasciato al Villar un comandante glabro la sera e di portargli un plico a Barge il mattino dopo trovandolo baffuto e camuffato».
A dicembre, l’incontro con Barbato. «Quando tu, Comandante carissimo, giungesti nella vecchia casa ai piedi del castello dal quale i Malingri, poveri e aggressivi feudatari, avevano difeso la loro gente, era il 23 dicembre 1943». «Scusatemi se sono armato, dicesti appoggiando sul pavimento un moschetto. Parlasti di Giambattista Vico, dell’organizzazione delle bande, della guerra, imponesti subito a noi tutti la tua calda e forte personalità». La casa di Bagnolo è diventata sede del comando. Tutta la famiglia è schierata, la fede monarchica è tramontata: «Neppure un principe di casa Savoia ha avuto il coraggio di venire tra i partigiani». «Me ne sono andata in chiesa prima delle sette — scrive il 30 dicembre 1943 — per poi farmi una mattinata di studio [...] quando sento il rumore di una civiltà irritata che stonava colla bellezza della natura. Sei camion di tedeschi o fascisti sulla Stra’ d’le cave! [...] incomincia la sparatoria di mitragliatrici. Poi il cannone [...] dal tetto vediamo un primo incendio, poi due [...] fino a dieci incendi e uno a Bagnolo». Seguono due anni di racconto quotidiano.
31 dicembre 1943: «Al Villar, don Luigi, più smunto che mai, e il Prevosto ci hanno parlato della strage orribile. Finora sette morti qua attorno, fra i quali Battista il calzolaio [...] il nipote di Mauron d’la Lena, un altro che giaceva ancora lì vicino alla Chiesa. Quei bruti caricavano sui camion la gente, specialmente i giovani, che trovavano».
Leletta e Aimaro fiancheggiano la lotta. Dagli appunti del marzo: «Giornata densa! [...] i partigiani avrebbero prelevato a Cappella Morero il macchinista del treno [...] Maro e Leletta, sentendo che i partigiani sono al palasot, partono con aria sorniona [...] Barbato ha teso la mano a Maro che gli ha fatto con tutto il cuore l’augurio di una buona spedizione».
Due anni di pensieri, di quel che vede e capisce intorno a sé, e il senso di qualcosa che sta cambiando. Dal 10 giugno 1944: «Il principe Umberto, luogotenente del regno, ha incaricato Ivanoe Bonomi, socialista, di formare il ministero, al posto di Badoglio». Roma è stata liberata, gli alleati cominciano a percorrere la penisola.
Il 20 giugno 1944 Leletta scrive: «Occupata Perugia. Strano articolo sulla Stampa di Concetto Pettinato, odioso fascista, che sembra aver girato la barca». La fine della guerra è vicina.
Il 26 luglio: «Fortissimo bombardamento a Torino. Dicono che è perché lì c’è il feldmaresciallo Kesselring». E finalmente la Liberazione. Il 13 aprile 1945: «Torino finalmente ferve! Sciopero generale. Qualche scarica di mitra al Valentino, distribuzione di volantini antifascisti, tram impazziti». 22 aprile: «Ora ribevo l’aria trasparente e profumata di Bagnolo, Signore ti ringrazio». Fino al 25: «Volge alla fine la tragedia nazista e volge alla liberazione la tragedia d’Europa [...] dice così la radio in questo momento. Berlino sta per essere occupata. Russi e americani si sono incontrati. Sciopero a Torino».
29 aprile 1945: «Fra fiori gettati e pesticciati, risate di eccitazione, fazzoletti rossi e sventolio della mani salutanti, il camion dei partigiani si è avviato verso Torino [...] la discesa l’ha divorato meno la giacca a vento chiara di Nic [...] poi è scomparsa nella scia di polvere [...] All’una un messaggio del gen. Cadorna proclamava l’insurrezione dell’Italia settentrionale. E tutto si è trasformato, al posto dell’incubo delle bande nere e dei tedeschi la speranza fioriva di bandiere la giornata piovigginosa e la musicava di campane a festa. Milano Como Genova e forse Torino, Alessandria, Novara, liberate dai partigiani». Così finisce la lettera a Barbato, il ricordo della ragazzina che rievocava l’abisso: «Ho pensato ai giorni antichi della guerra, e li ho visti veri [...] liberi dagli strati di lardo che il denaro pone sulle realtà essenziali della vita, prima fra tutte la morte». Come quella di Lampo, Pizzo e Silvano, presi nel rastrellamento del febbraio 1945 e uccisi a Barge per non aver parlato della casa di Bagnolo.A Lampo, i tedeschi, cavarono gli occhi.
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