Palazzo Maffei, fra i nuovi ingressi nel museo arriva il capolavoro di Casorati «Sogno del melograno»
Tra le nuove acquisizioni dell'istituzione diretta da Vanessa Carlon anche opere di Klee, Picasso, Melotti e Boccioni
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Palazzo Maffei, fra i nuovi ingressi nel museo arriva il capolavoro di Casorati «Sogno del melograno»
di Camilla BertoniTra le nuove acquisizioni dell'istituzione diretta da Vanessa Carlon anche opere di Klee, Picasso, Melotti e Boccioni
«Sogno del melograno» di Felice Casorati, dipinto a Verona nel 1912
Una fanciulla addormentata su un prato tra mille piccoli fiori, tra i baluginii della luce del sole, in una distesa di sfumature di verde, l’abito che si confonde con l’incanto della natura. Sogno del melograno porta la firma di Felice Casorati e fu dipinto nel 1912, durante il suo soggiorno veronese, quando la scoperta della pittura di Gustav Klimt alla Biennale di Venezia del 1910 aveva aperto l’immaginario degli artisti a nuovi mondi espressivi. Un dipinto che, dopo la partecipazione nel 1913 alla Prima Esposizione Internazionale d’Arte della Secessione a Roma, ha avuto pochissime occasioni pubbliche: riapparso nel 2022 dopo trent’anni di «silenzio», ora è entrato a far parte del percorso museale di Palazzo Maffei diretto da Vanessa Carlon. Inaugurato a Verona il 14 febbraio del 2020, pochi giorni prima del lockdown, dentro cui si chiuse a bozzolo per riapparire ancora più appariscente farfalla l’anno successivo, il museo nato dalla collezione e dalla passione di Luigi Carlon contava allora circa trecentocinquanta opere. Oggi sono oltre il doppio e, considerando i reperti egizi entrati recentemente in collezione, tra cui un raro tavolino votivo bronzeo con beccuccio a forma di rana del Periodo Tardo (664-332 a.C.), coprono un arco temporale di quattromila anni, tra pittura, scultura, arti applicate, archeologia, mobili antichi.
La nuova collezione
A fare il loro ingresso in collezione, negli ultimi mesi, capolavori di Albrecht Dürer, Nicola Giolfino, Francesco Hayez, Umberto Boccioni, Osvaldo Licini, Paul Klee, Giulio Paolini, Mirko Basaldella, opere ceramiche di Fausto Melotti e Pablo Picasso, mentre accoglie i visitatori l’installazione Cometa della veronese Anna Galtarossa, pensata per la grande scala elicoidale, già opera in sé stessa, commosso e colorato omaggio alle voci e alle memorie del passato. «Sono diventato un visionario e un sognatore - scriveva in una lettera del 1913 Felice Casorati - e non dipingo più che le immagini che vedo nei sogni: le notti stellate, gli esseri invisibili, gli spiriti puri, le allucinazioni... vorrei aver sempre la febbre alta e delirare!». Grazie al «Sogno del Melograno», dove il colchico, i grappoli d’uva e la melagrana sono indizi iconografici carichi di riferimenti simbolisti al mito del ritorno negli Inferi, alla caducità della vita, alla ciclicità delle stagioni e all’effimera bellezza della materialità, si è costruita nel tempo all’interno di Palazzo Maffei una vera e propria «Sala Casorati»: tre le opere dell’artista, dall’influenza della pittura secessionista fino all’affacciarsi del Realismo Magico con la «Le piantine» del 1921. Poche sale prima, il confronto tra antico e contemporaneo nell’allestimento di Gabriella Belli, che conduce i visitatori attraverso una continua sorpresa percettiva, porta a una nuova opera entrata in collezione, La casa di Lucrezio concepita nel 1981 dall’artista Giulio Paolini, carica di citazioni dall’antico fin dal titolo: l’artista concettuale si trova in dialogo con l’Amorino di Antonio Canova, le pitture di paesaggio settecentesche che «sfondano» le pareti, il lavoro di Chiara Dynis ispirato a Goethe e le opere di Vittorio Matino, tra i protagonisti dell’astrattismo, dei primi 2000.
Le novità
Ma le sorprese non sono finite: il disegno a carboncino di Boccioni del 1911 Le baruffe, che apre la fase della sperimentazione futurista, è un foglio preparatorio dell’omonimo dipinto che è entrato nella collezione del MoMA di New York. Angelo ribelle notturno, dipinto di Osvaldo Licini del 1954, realizzato a pochi anni della precoce scomparsa dell’artista, ci porta nel suo mondo onirico e visionario. Se nella sala dedicata alla Maternità ha fatto il suo ingresso una piccola Vergine di Francesco Hayez del 1840, l’attenzione all’arte veronese, sempre presente nella passione del collezionista, riporta tra le mura scaligere una piccola tavola di Nicola Giolfino, databile tra il 1510 e il 1515, che arricchisce il nucleo dell’artista con una scena ambientata in piazza dei Signori, in un dialogo continuo tra la bellezza della città su cui il palazzo si affaccia e il suo prezioso contenuto.
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