Schlein e il Sud: il nodo decisivo
Vecchie logiche di partito e il rischio di perdere il futuro. Ma perché la lunga marcia (all’indietro) di Elly Schlein si consuma soprattutto nel Mezzogiorno? Semplice: perché qui si decideranno le elezioni del 2027
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Schlein e il Sud: il nodo decisivo
Enzo D'errico | 3 febbraio 2026Vecchie logiche di partito e il rischio di perdere il futuro. Ma perché la lunga marcia (all’indietro) di Elly Schlein si consuma soprattutto nel Mezzogiorno? Semplice: perché qui si decideranno le elezioni del 2027
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Nel Mezzogiorno continua la lunga marcia (all’indietro) di Elly Schlein. Dopo l’accordo con i cacicchi, additati un tempo come le sentinelle del peggio, e la desertificazione della rappresentanza femminile all’interno delle istituzioni locali (basterebbe ricordare quanto è accaduto nella giunta regionale della Campania e il ritratto dei capigruppo schierati come soldati in una caserma degli anni Cinquanta), la segretaria del Pd rispolvera anche quel vecchio arnese chiamato «centralismo democratico», il metodo con cui il Pci vincolava dirigenti e iscritti alla linea decisa dalla maggioranza. Prova a camuffarlo con il mantra sull’unità del partito, come ha fatto anche sabato a Napoli, ma la sostanza è un’altra. E i fatti lo dimostrano. Non bastava infatti che Piero De Luca, grazie all’intesa sottoscritta dai vertici del Nazareno con il padre Vincenzo, fosse stato nominato candidato unico alla segreteria regionale campana: in ossequio all’equilibrio tra le correnti, si è dovuto applicare lo stesso meccanismo pure alla dirigenza provinciale. Con un’aggravante: per ottenere l’investitura di Francesco Dinacci, sponsorizzato dalla maggioranza interna, Schlein ha dovuto convincere Nora Di Nocera, l’unica concorrente alternativa, a farsi da parte. Risultato: un’altra donna sacrificata sull’altare delle convenienze personali.
Il paradosso è che il «centralismo democratico» viene riesumato da una leader eletta con le primarie, per di più senza nemmeno avere la tessera del partito, al termine di un’accesa competizione con Stefano Bonaccini che tutti davano per vincente. Il libero confronto delle idee, quindi, dovrebbe essere caro alla segretaria che così aveva sconfitto uno dei maggiorenti democratici. Invece no: si va avanti con una strategia da politburo che seppellisce il dibattito in nome delle alchimie interne. Ammesso poi che esista un dibattito, visto che tutto viene dosato per foraggiare le nomenclature. Al punto che sono state digerite perfino le dimissioni del sindaco di Salerno imposte per editto da Vincenzo De Luca, deciso a tutto pur di tornare sulla sua antica poltrona in primavera. Qualcuno ha fiatato di fronte allo scempio di un’istituzione trattata al pari di un domicilio privato? Nessuno. Il silenzio-assenso ha forgiato anche il gruppo regionale della Campania, dove i big sono stati tutti riconfermati nonostante nella precedente consiliatura avessero votato a favore del terzo mandato per l’ex governatore. Come se niente fosse successo, oggi quelle stesse persone ricoprono incarichi di vertice nella squadra guidata da Roberto Fico e invocano la discontinuità amministrativa.
Ma perché la lunga marcia (all’indietro) di Elly Schlein si consuma soprattutto nel Mezzogiorno? Semplice: perché qui si decideranno le elezioni del 2027 e qui la segretaria, che ormai punta dritto a Palazzo Chigi, deve tenere strette le redini del partito per scansare eventuali trappole interne che possano azzopparne le ambizioni. Non a caso, in Campania e in Puglia affonda le radici quella nuova componente riformista che sta lievitando trasversalmente in tutto il Paese e trova negli enti locali il suo punto di forza. Basta pensare al ruolo che hanno avuto Antonio Decaro e Gaetano Manfredi nei successi elettorali degli ultimi anni e ai collegamenti che entrambi hanno con i sindaci del Paese (prima fra tutte, Silvia Salis a Genova) in virtù della presidenza Anci ricoperta prima dall’uno e poi dall’altro. Inoltre parliamo di due esponenti politici che, accanto ai solidi legami con il territorio d’appartenenza, vantano una fitta rete di relazioni negli ambienti che contano a livello nazionale.
Attenzione, però: sarebbe banale ridurre tutto a una contesa per l’egemonia personale. C’è di più. E quel di più riguarda la complessità dell’azione di governo che nel Sud viene accentuata da dinamiche ormai messe in naftalina dalla politica quotidiana del Pd: la sicurezza, le pressioni della malavita sugli affari amministrativi, le ambigue nozze tra imprenditori e politici, la difficoltà di spesa dei fondi pubblici causata da una burocrazia decrepita, l’ingerenza di gruppi di pressione sotterranei. Tutti problemi che rendono improbo, talora addirittura impossibile, il lavoro di quanti guidano le istituzioni locali, spesso abbandonati al loro destino al primo stormir di foglie. Come nel caso di Luigi Vicinanza, giornalista di fama, eletto sindaco di Castellammare di Stabia con i progressisti, che ora si ritrova suo malgrado con alcuni consiglieri di maggioranza lambiti da un’inchiesta sulla camorra e la commissione d’accesso insediata in Comune. Avrebbero dovuto difenderlo, dato che il suo nome è del tutto estraneo agli accertamenti della magistratura, o quantomeno provare a sondare con lui gli anfratti di questa vicenda che racconta appieno le difficoltà alle quali va incontro chi, al Sud, sceglie di affrontare in prima persona la sfida di governo. Invece l’hanno mollato all’istante, quasi fosse uno straccio vecchio. E sempre sventolando la bandiera dell’unità di partito. Viene da chiedersi per quale motivo, dopo storie del genere, un esponente della società civile dovrebbe andare a ficcarsi in guai simili invece di girare al largo dalla politica.
Ecco perché oggi, a fronte di una destra che si è rintanata nel sottogoverno (talora sconfinando nell’illegalità e nelle pratiche corruttive) e ha dirottato i suoi interessi verso il Nord quasi che il Mezzogiorno fosse una pratica elettorale archiviata in partenza dall’insussistenza di un apparato nostalgico e litigioso, Elly Schlein rischia di sgretolare le speranze che affiorano negli enti locali dove la sfida per costruire un Sud moderno, a dispetto di mille difficoltà, è già cominciata. Il tempo dei gattopardi sembra volgere al termine. E non serve conservare le ceneri per timore che si disperdano. Occorre invece alimentare il fuoco. La segretaria del Pd, allora, non abbia paura di bruciarsi. Recuperi lo spirito delle primarie, abbandoni una volta per tutte le zavorre che fino a ieri frenavano il cambiamento e respiri l’aria del nuovo Meridione, ne ascolti la voce senza infingimenti. Anche perché qui, tra un anno, si deciderà il suo destino.
3 febbraio 2026
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