«Comunismo digitale»: come il filosofo Maurizio Ferraris vuole restituire il potere dei dati agli utenti
Corriere della Sera - Cultura

«Comunismo digitale»: come il filosofo Maurizio Ferraris vuole restituire il potere dei dati agli utenti

Mercoledì 4 febbraio 2026
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L’ultimo libro del filosofo Maurizio Ferraris propone una terza via per combattere la dittature delle big-tech

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«Comunismo digitale»: come il filosofo Maurizio Ferraris vuole restituire il potere dei dati agli utenti

di Massimiliano Nerozzi

L’ultimo libro del filosofo Maurizio Ferraris propone una terza via per combattere la dittature delle big-tech

Un fantasma s’aggira tra le piattaforme digitali, anche se la rivoluzione ha lasciato spazio a «una proposta politica», nella visione del filosofo Maurizio Ferraris — presidente di Scienza Nuova e del Laboratorio di Ontologia — e che prende forma nel suo ultimo libro, Comunismo digitale, appena uscito per Einaudi. L’autore, docente di Filosofia teoretica all’università di Torino, ne discute insieme a Riccardo Luna, domani pomeriggio (giovedì 5 dalle 18.30) al Circolo del lettori. Come Marx — «che è morto, ma il comunismo è vivo» — si parte da una realtà forse un po’ meno materiale ma concreta: «L’umanità produce continuamente dati sul web, una fonte di valore concentrata in poche mani».

Professor Ferraris, cosa intende per «Comunismo digitale»?
«Ogni volta che una persona naviga, consuma contenuti, interagisce o semplicemente lascia tracce della propria attenzione, produce dati, cioè valore potenziale, che viene trasformato in valore attuale dalle piattaforme americane, che non controllano (il “capitalismo di sorveglianza” è una favola) e lo tengono per sé, o da quelle cinesi, che lo ridistribuiscono ma esercitano un controllo capillare (il “bolscevismo di sorveglianza” è una realtà). Il comunismo digitale è una terza via, che unisce libertà ed equità: prende i dati senza sottrarli alle piattaforme, li capitalizza alternativamente, li ridistribuisce in base a criteri predeterminati dai produttori di dati».

Come fa il lavoratore a riprendersi la ricchezza da lui stesso creata, sottraendola al dominio dei Bezos e degli Zuckerberg di turno?
«La ricchezza non è creata solo dai lavoratori, ma dai bambini, dai disoccupati, dai malati terminali, dai critici del capitalismo di sorveglianza, dagli arciduchi e dai pornoattori. Fatta questa premessa, che è indispensabile per capire il cambiamento di scena, il comunismo digitale è proprio la via. Si richiedono i dati alle piattaforme generaliste, si recuperano i dati delle piattaforme specialiste (ospedali, università, coop...), si aguzza l’ingegno per valorizzarli (se ci sono riusciti Bezos e Zuckerberg perché non dovrebbe riuscirci qualche giovane ricercatore?) e si ridistribuisce l’utile a chi è in difficoltà, a chi deve crescere, a chi vuole avere dei figli».

«Una proposta politica», recita il sottotitolo: non è più tempo di rivoluzioni?
«La politica non è necessariamente rivoluzione, così come non è necessariamente guerra. Non c’è bisogno di spargere sangue per regolare in modo soddisfacente ed equo i rapporti tra gli esseri umani. Il caso dei dati è particolarmente evidente: essendo intangibili, chi li dà non li perde. Amazon può darmi i suoi dati, ma continua a possederli, mentre non sarebbe d’accordo a darmi i prodotti che mi vende, perché una volta che me li ha dati gratis non me li può più vendere».

Uber o Amazon, per citare due big, sono le nuove catene di montaggio?
«Le pare una catena di montaggio quella in cui uno in poltrona ordina un paio di scarpe o prenota un’auto per andare in aeroporto? Mi dirà che non parlava degli utenti ma dei lavoratori. Bene, non solo sono molto meno dei lavoratori industriali di cinquant’anni fa, ma tra molto meno di cinquant’anni saranno sostituiti dalle macchine. Dovranno capire come vivere, ma per questo c’è il comunismo digitale».

Può esistere un materialismo all’altezza di una realtà ormai dematerializzata?
«Le preoccupazioni maggiori, oggi, sono il cambiamento climatico e le guerre. Quanto al digitale, c’è la preoccupazione per il consumo di energia, e di acqua per il raffreddamento delle macchine, richiesto dall’intelligenza artificiale. Le pare che abbiamo a che fare con una realtà dematerializzata?»

Quanto tempo ci vorrà per il suo comunismo?
«C’è già. Non solo si stanno moltiplicando nel mondo le iniziative per la capitalizzazione e ridistribuzione alternativa di dati, ma il progetto Webfare, che dirigo a Scienza Nuova, l’istituto che unisce università e politecnico per lo sviluppo di una tecnologia giusta, sta approntando una serie di soluzioni concrete ispirate al comunismo digitale. E se sono concrete dipende in buona parte (oltre che dalle istituzioni che aderiscono alla proposta) da Tania Cerquitelli, del dipartimento di informatica del Politecnico, che mi permette il passo decisivo: trasformare le idee in fatti».

C’è una ragione per essere «materialmente» ottimisti (e, in futuro, felici)?
«Io sono ottimista e felice, e quando mi è capitato di essere pessimista e infelice era per ragioni strettamente personali. Non andiamo più a votare eppure ci aspettiamo che la felicità debba venirci dal governo o dalle istituzioni: non è così, la politica può renderci infelici, ma la felicità è un’altra cosa, e non viene dalla politica, ma dalla grazia, dalla fortuna e dalla volontà buona».

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