Antonio Albanese rivela il lato oscuro della provincia: «Niente è davvero tranquillo. Siamo tutti a un passo dal baratro»
Tra comicità nera, provincia «perbene» e segreti mai confessati, Antonio Albanese si racconta senza filtri: «Dietro la normalità c’è sempre un abisso» e racconta il suo ultimo film girato sulle sponde del Lago d’Orta
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Antonio Albanese rivela il lato oscuro della provincia: «Niente è davvero tranquillo. Siamo tutti a un passo dal baratro»
di Fabrizio DividiTra comicità nera, provincia «perbene» e segreti mai confessati, Antonio Albanese si racconta senza filtri: «Dietro la normalità c’è sempre un abisso» e racconta il suo ultimo film girato sulle sponde del Lago d’Orta
«Lavoreremo da grandi può essere definito una black-comedy in chiave grottesca. Perché la comicità è come la vita: si può declinare in qualsiasi modo». Nel giorno della «prima» (questa sera, dopo la presentazione delle 17 al Cinema Sociale di Omegna, il regista sarà al Massaua Cityplex alle 20, proiezione a invito, e alle 20.15), Antonio Albanese racconta il suo ultimo film girato sulle sponde tranquille del Lago d’Orta. «La comicità, dicevo, comporta grandi difficoltà ma anche grandi eccitazioni e volevo riportarla nel mio universo dopo il romanzo La strada giovane e il film Cento domeniche».
Per certe sfumature è un film che ricorda La lingua del Santo. È d’accordo?
«Mi fa un regalo. Fu il mio primo film con Carlo Mazzacurati e dopo averlo girato siamo diventati molto amici e abbiamo condiviso tante idee. Amo i racconti di quella provincia e posso dire di essermi formato alla sua scuola».
Si è affezionato ai suoi personaggi?
«Vengo dal Lago di Como, e in provincia quei caratteri sono unici e molto divertenti, dal soprannome alle fissazioni, al bonario sfottò quotidiano».
Tradimenti, piccole truffe, figli e figlie che non ti aspetti. È il sottobosco della vita tranquilla di un lago che, da «uomo d’acqua dolce», conosce bene?
«Immagini il comportamento di una figlia così “libera”. In città è normale, ma in un paese di lago è sorprendente per uomini un po’ ingenui».
Perché il Lago d’Orta?
«Proprio lì, con il mio sceneggiatore Piero Guerrera, abbiamo avuto l’idea del film e per convincere il produttore, per cui il lago è “veleno” perché piove sempre, gli ho detto: “Tranquillo, non pioverà”. E così è andata. E poi in Piemonte funziona sempre tutto bene. Dalla Film Commission al cibo. Le dico solo che Giuseppe Battiston a fine riprese è andato ad abbracciare il macellaio di Miasino».
Il film fa anche riflettere su quanto le persone comuni siano vicine al baratro?
«Ognuno dei miei personaggi si trascina uno scheletro, ma è il sottofondo del nostro tempo. E poi, a livello etico, io devo graffiare, mi viene spontaneo».
Lei è in squadra con Giuseppe Battiston, Nicola Rignagnese e il bravissimo Niccolò Ferrero, da lei definiti «strumenti che dovranno suonare in armonia». Com’è andata?
«Quando magicamente la sintonia entra in azione e ti accorgi che la troupe ride dopo una scena, prima ne sei sorpreso, poi la cosa ti rende felice. Tutti i miei attori mi hanno regalato le combinazioni e la coralità che volevo e con Ferrero ho scoperto un talento vero di Torino. Oltre ad aver “trovato” il mio figlio di scena, aggiungo che senza di lui non ci sarebbe stato il film».
Il suo personaggio è un musicista incompreso e nel film si passa dalla dodecafonia a Rossini e Vivaldi, passando per Little Tony. Ispirazioni?
«La colonna sonora è variegata, come la comicità. Come in Cento domeniche Giovanni Sollima era stato sublime in una narrazione più lineare, qui mi ha aiutato ad accompagnare i “corpi” che saltellano da una situazione all’altra; e, le dirò, mi piaceva accostare Cuore matto a un veneto-tedesco un po’ matto».
Una curiosità. La ricca zia di Gigi che lascia tutto alla Chiesa; Beppe che ha una madre cattolica oppressiva e «neanche le suore vi vogliono più». Conseguenze di un’educazione cattolica?
«Non ci avevo fatto caso. In realtà, uno dei miei migliori amici è un prete; sono grande sostenitore degli oratori e ho fatto anche il chierichetto. Ma questo sì, la storia di una zia ricchissima che lascia solo le sue parrucche al nipote è capitata per davvero».
Come ha scelto i nomi dei personaggi?
«Bebo Storti è Bebo, perché è un amico. Anche Beppe, come Battiston. Io, invece, sono Umberto, come mio padre, perché ci tenevo che fosse insieme a me».
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