Linguaggio, la capacità di comunicare e usare gli strumenti per farlo
Le lingue, come quella che parliamo, sono solo una delle sue possibili realizzazioni. Non ha neanche bisogno necessariamente delle parole
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Linguaggio, la capacità di comunicare e usare gli strumenti per farlo
di Paolo FallaiLe lingue, come quella che parliamo, sono solo una delle sue possibili realizzazioni. Non ha neanche bisogno necessariamente delle parole
Illustrazione di Doriano Solinas
È una delle più straordinarie capacità degli esseri umani: impadronirsi di una lingua ed usarla per comunicare, parlando, scrivendo, leggendo, perfino mimando. Siamo quello che siamo grazie al linguaggio.
La doppia origine di un senso. Linguaggio deriva direttamente da lingua ed è straordinariamente interessante vedere come questa parola abbia un doppio valore e una famiglia antichissima. Perché ereditiamo lingua dal latino lingua con una forma antica dingua che riporta a una radice proto indo europea (una lingua madre ricostruita ipoteticamente e da cui discenderebbero le lingue moderne). Ma già dall’inizio del suo viaggio, lingua condivide il doppio significato: organo della bocca, (con funzioni tattili e gustative, fondamentale per la masticazione e la deglutizione) e sistema con cui gli appartenenti a una comunità comunicano. Il rapporto tra questi due significati è illuminante la lingua (organo) partecipa alla creazione dei suoni che danno vita alle parole destinate a formare la lingua (sistema di comunicazione).
Una divisione dei compiti. Lingua e linguaggio nella terminologia linguistica disegnano concetti molto diversi e in qualche modo possiamo dire che si dividono i compiti. Nicola Grandi, professore ordinario del dipartimento di filologia classica e italianista dell’Università di Bologna, spiega che “il rapporto tra linguaggio e lingua è simile a quello tra hardware e software. Il linguaggio (o, meglio, ‘facoltà del linguaggio’) è il prerequisito per le lingue; rappresenta il ‘supporto’ sul quale le lingue vengono poi ‘installate’. (…) Le lingue storico-naturali (verbali, come il tedesco, l’italiano, l’arabo, ma anche quelle segnate, come la LIS, Lingua Italiana dei Segni) sono invece una delle possibili realizzazioni del linguaggio. La principale, ma certamente non l’unica: anche la musica, la segnaletica stradale, la comunicazione non verbale sono tra i molti prodotti del linguaggio, in quanto anch’essi possono essere considerati sistemi di comunicazione. C’è chi afferma, anzi, che ogni attività di pensiero sarebbe una conseguenza della nostra facoltà del linguaggio”.
Specializzazioni infinite. Questo sostantivo si è conquistato la compagnia di una miriade di aggettivi che ci aiutano a definire la galassia delle sue specializzazioni. Le prime sillabe pronunciate da un bambino formano il linguaggio infantile, le persone più colte useranno un linguaggio evoluto, ogni ambito specialistico avrà il suo linguaggio settoriale, lo studio dei diversi strati sociali dal punto di vista dei loro comportamenti linguistici lo definiamo sociologia del linguaggio, quello dei pensatori di ogni epoca sarà filosofico, così quello dei programmatori elettronici è stato definito artificiale. Il linguaggio non ha bisogno necessariamente delle parole.
Per saperne di più. Andrea Moro - professore ordinario di Linguistica generale presso la Scuola Universitaria Superiore IUSS di Pavia - studia la teoria della sintassi delle lingue umane e i fondamenti neurobiologici del linguaggio. Nel 2010, per l’editore Luca Rossella, ha pubblicato un saggio intitolato “Che cos'è il linguaggio?”, chiedendosi “cos'è il linguaggio umano? È certamente un universo. Anzi, è compreso nell'universo ed è al contempo in grado di descriverlo, sia pure in modo parziale. Con il linguaggio si possono fare molte cose diverse, oltre a descrivere la realtà: si può, ad esempio, commuovere, convincere, dedurre, sedurre, condannare, promettere, nominare, ordinare, scherzare, mentire, inventare, giocare, comprare, minacciare, pregare”. Così funzionano le parole: non hanno contenuto in sé, ma se incontrano qualcuno che le ascolta diventano qualcosa.
Dal punto di vista filosofico. Donatella Di Cesare, docente di Filosofia teoretica all’Università La Sapienza di Roma, ha tenuto una interessante conferenza per Rai Cultura ricordando che il grande linguista Wilhelm von Humboldt arrivò a dire che l'uomo è uomo attraverso il linguaggio e che il mondo è mondo attraverso il linguaggio. «La nostra esperienza del linguaggio è sempre legata all'ascolto o alla produzione di una lingua storica particolare. Il linguaggio è quindi comune a tutti gli uomini ma si può realizzare in italiano, inglese, cinese o quant'altro. La diversità delle lingue ha sempre costituito una problematica all'interno del pensiero puro, non ultimo per la questione del significato: le parole sono etichette vuote che non hanno nulla a che fare con gli oggetti? Oppure i nomi contengono una qualche "essenza" della cosa nominata? Aristotele supererà l'aporia dicendo che le parole non si limitano a designare gli oggetti, quanto piuttosto "significano": le parole hanno un contenuto che non designa le cose, ma le "presenta" secondo un uso sedimentato nel tempo. Secoli dopo, sempre Humboldt dirà che lingue diverse implicano una articolazione semantica differente del mondo, una diversa visione del mondo. Per ciò che riguarda il rapporto tra pensiero e linguaggio, Wittgenstein affermò che il pensiero articolato è un altro modo per dire "linguaggio". Soltanto grazie alla forma sensibile della parola una porzione di pensiero acquista esistenza distaccandosi dall'interiorità. Da ciò deriva un modello dialogico della conoscenza, improntato su un "io" e su un "tu" con cui descrivere e comunicare il mondo. La lingua acquisisce un'esistenza concreta nel discorso. Il rapporto tra lingua e parlante è un rapporto dialogico ma anche conflittuale, tanto da poter comportare delle sfumature politiche. Questo perché in qualche modo la lingua si impone sul parlante - implicando una certa articolazione del mondo - il quale però può crearsi i suoi strumenti di "ribellione"».
La lezione di Dante. Siamo nel XXXI canto dell’Inferno e Virgilio accompagna Dante nel nono cerchio al pozzo dei giganti, dove gli indica Nembrod (o Nimrod o Nembrotto), un personaggio biblico, il re folle che tentò di arrivare al cielo con la Torre di Babele. Nella Commedia Dante lo accusa di aver causato la nascita e la confusione delle lingue diverse e quindi, per contrappasso nell’Inferno lo condanna a parlare un linguaggio comprensibile solo a lui. È Virgilio a presentarglielo con questi versi.
"questi è Nembrotto per lo cui mal coto
pur un linguaggio nel mondo non s’usa.
Lasciànlo stare e non parliamo a vòto;
ché così è a lui ciascun linguaggio
come ’l suo ad altrui, ch’a nullo è noto”.
Un maestro che ci manca. Sergio Lepri, scomparso nel 2022, è stato uno dei più importanti giornalisti italiani, per quasi trent’anni direttore dell’agenzia Ansa. Nel 1987 pubblicò un breve saggio “Scrivere bene e farsi capire” in cui esamina il linguaggio giornalistico e che si concludeva così: «In questa società così originalmente nuova e in corso di incessante trasformazione; in questa società che alla stampa chiede non mostri da sbattere in prima pagina, ma un flusso di informazioni concrete, chiare, utilizzabili giorno per giorno in ragione delle esigenze vitali degli individui: di utilità, di conoscenza, di arricchimento culturale; in questa società che cerca non imbonimenti e padrini, ma aiuti e conforti; in questa società i giornalisti dovrebbero tutti rendersi conto che l’uso di una lingua più piana e più facile, più ricca e più vera non è solo il corretto modo di esercitare la propria funzione istituzionale di mediatori tra gli accadimenti e i cittadini-lettori; è anche l’assunzione di responsabilità nuove. Sono responsabilità appassionanti: aiutare a superare il concetto di una informazione come strumento di potere; contribuire a instaurare una lingua che permetta a ognuno il più alto grado possibile di partecipazione; svolgere un’azione formativa e liberatrice, secondo il principio che l’individuo è tanto più libero quanto più è messo in condizioni non di subire verità altrui ma di costruire e confrontare le proprie». Sono parole straordinariamente attuali e non finiremo mai di ringraziarlo.
4 febbraio 2026
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