L'archistar Kengo Kuma a Cavalese, le sculture realizzate con il legno distrutto da Vaia: «Dalla ferita alla forma»
Corriere della Sera - Cultura

L'archistar Kengo Kuma a Cavalese, le sculture realizzate con il legno distrutto da Vaia: «Dalla ferita alla forma»

Mercoledì 4 febbraio 2026
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Alla Magnifica Comunità di Fiemme gli alberi abbattuti dalla tempesta tornano a vivere tra architettura e arte

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L'archistar Kengo Kuma a Cavalese, le sculture realizzate con il legno distrutto da Vaia: «Dalla ferita alla forma»

di Veronica Tuzii

Alla Magnifica Comunità di Fiemme gli alberi abbattuti dalla tempesta tornano a vivere tra architettura e arte

L'opera di Kengo Kuma

Tronchi martoriati, lasciati a terra. Segni tangibili di una vulnerabilità ambientale che ha assunto il volto di un trauma collettivo. È da qui che parte la riflessione di Kengo Kuma a Cavalese, in Val di Fiemme, un territorio dove il bosco è parte integrante della vita economica e sociale. Il legno colpito dalla tempesta Vaia non viene rimosso né «corretto»: rimane così com’è, con le sue irregolarità e le sue fratture, diventando materia di progetto. Un esempio emblematico di sperimentazione architettonica che intreccia ricerca tecnologica e responsabilità ecologica. Nel Palazzo della Magnifica Comunità di Fiemme, la mostra Dalla ferita alla forma. Kengo Kuma e l’architettura che rigenera, a cura di Roberto Daprà ed Elio Vanzo, mette in scena fino al 29 settembre una delle declinazioni più mature della poetica dell’architetto giapponese: una pratica progettuale che rifiuta l’oggetto iconico e lavora per frammenti. Non un gesto monumentale, ma un processo aperto, capace di trasformare la ferita in struttura e il ricordo della catastrofe in possibilità di rigenerazione.

L'installazione

Al centro c’è «Domino 3.0: Generated Living Structure», installazione presentata alla Biennale di Architettura di Venezia 2025 e qui riallestita con una forza simbolica amplificata dal contesto. La materia prima è il legno degli alberi abbattuti nell’ottobre 2018: tronchi segnati, sradicati, rimasti a lungo sul terreno della foresta. Kuma li assume come elementi irripetibili, rifiutando ogni idea di standardizzazione. Ogni pezzo conserva la propria imperfezione, diventando parte di un organismo architettonico che nasce dal luogo e ne conserva le tracce. Per ciascun tronco è stata effettuata una scansione tridimensionale capace di registrarne morfologia, irregolarità e fratture. I dati digitali, elaborati attraverso algoritmi generativi e sistemi di intelligenza artificiale, hanno guidato un processo di riassemblaggio che traduce la complessità naturale in una nuova forma di ordine. Le giunzioni, realizzate con la stampa 3D, sono flessibili e reattive: non irrigidiscono la struttura, ma la rendono adattiva, capace di rispondere alle sollecitazioni e ai movimenti. Il legno, materiale antico e fragile, si trasforma così in un sistema dinamico, quasi vivente.

Il riferimento a Le Corbusier

Il riferimento al sistema «Dom-Ino» ideato da Le Corbusier nel 1914 è esplicito, ma profondamente rielaborato in chiave contemporanea ed ecologica. Qui la modularità modernista perde l’astrattezza industriale: ogni elemento è unico, portatore di una storia ambientale e culturale. È uno dei tratti più riconoscibili della poetica di Kuma, che da anni lavora sull’idea di strutture porose e stratificate, pensate per dissolversi nel contesto. La tecnologia non è strumento di controllo, ma serve a riconnettere l’uomo alla natura. Così ci aveva detto l’archistar in occasione della Biennale: «Dalla foresta siamo passati alla città di Le Courbusier. L’obiettivo è tornare alla foresta. La mia può essere considerata una provocazione, per ribadire una scelta obbligata in direzione sostenibilità. Ma può diventare anche una scelta estetica, anti-Le Coubusier». Esposta a Cavalese, «Domino 3.0» restituisce alla comunità locale una testimonianza del proprio ambiente trasformato in linguaggio architettonico e culturale. La Magnifica Comunità di Fiemme, ente millenario che governa oltre 20mila ettari di boschi, diventa così interlocutore attivo di una riflessione che supera i confini alpini. La capacità di ripresa di questa realtà si traduce in un paradigma che intreccia memoria, progetto e responsabilità.

In dialogo

Il dialogo si amplia in una seconda mostra ospitata al Palazzo, «Il bosco e le piante nella crisi climatica attuale: il caso della Magnifica Comunità di Fiemme», a cura di Alice Zottele e Tommaso Dossi. Qui lo sguardo si allarga dall’intervento architettonico al racconto corale di un territorio che cambia. Documenti d’archivio, dati scientifici, installazioni artistiche e percorsi partecipativi restituiscono la complessità di una crisi ambientale, sociale ed economica. Dalle guerre contadine del 1525 alle tempeste contemporanee, il bosco emerge come bene comune, luogo in cui ripensare il rapporto emotivo e politico con il paesaggio. Le due esposizioni si completano. Da un lato, l’architettura di Kuma trasforma la ferita in una forma in divenire; dall’altro, la storia della Magnifica Comunità mostra come la gestione condivisa delle risorse possa diventare strumento di resilienza. Insieme pongono una domanda urgente: come abitare un mondo fragile senza rinunciare a immaginare il futuro.

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