Dai Rumatera a solista, il disco di Giorgio Gozzo: «Suono country ma in dialetto»
Corriere della Sera - Cultura

Dai Rumatera a solista, il disco di Giorgio Gozzo: «Suono country ma in dialetto»

Mercoledì 4 febbraio 2026
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il nuovo progetto del musicista di Cazzago, Venezia. «Il territorio, la vita di provincia, è sempre il vero protagonista. Ogni canzone che scrivo parte dalla mia esperienza; non potrebbe essere diversamente»

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Dai Rumatera a solista, il disco di Giorgio Gozzo: «Suono country ma in dialetto»

di Francesco Verni

il nuovo progetto del musicista di Cazzago, Venezia. «Il territorio, la vita di provincia, è sempre il vero protagonista. Ogni canzone che scrivo parte dalla mia esperienza; non potrebbe essere diversamente»

Dai Rumatera a solista, Giorgio Gozzo si dà al country, o meglio, al «Cauntri». Si intitola così il nuovo progetto del musicista di Cazzago, Venezia, un disco tra acustica ed elettronica, con, citando un brano, testi che parlano «di nialtri che dae cità stem distanti», «persi per il Nord Est». Di questa «vita semplice» e «albe umide» Gozzo ne è il protagonista, in casa come sul palco, e lo racconta con genuina introspezione: un cowboy sì, ma «coi stivali de plastegon».

Perché il titolo «Cauntri»?
«Il country americano mi piace moltissimo, è il mio modo di vedere la vita e mi ci rispecchio; dico sempre che negli States c’è New York sulla costa Est e Los Angeles su quella Ovest, ma in mezzo è tutto Veneto. Il titolo racchiude una provocazione perché non sopporto lo scimmiottamento che tanti musicisti fanno dello stile americano. Quello del “cowboy” per me è un costume di carnevale… qui non siamo “cowboy” ma contadini, tosi de campagna’».

Alla fine il suo American Dream l’ha trovato sull’uscio di casa?
«Assolutamente sì… anche perché ultimamente c’è gran poco “dream” negli States. Perfino quando abbiamo registrato l’album lì, lo sguardo era sempre fisso a casa».

Quali sono le differenze quando scrive per i Rumatera e per il progetto solista?
«Io scrivo e basta. Le prime canzoni che avevo fatto durante la pandemia erano state scritte per i Rumatera, ma esulavano troppo dall’attitude del gruppo. I Rumatera portano avanti una festa continua, io qui analizzo il post party, quando uno ritorna a casa e magari si mette a riflettere. Per questo non mi servivano slogan ballabili ma testi più lirici».

Chi è il protagonista delle sue canzoni?
«Il territorio, la vita di provincia, è sempre il vero protagonista. Ogni canzone che scrivo parte dalla mia esperienza; non potrebbe essere diversamente».

L’amore rimane il fil rouge che unisce tutti i pezzi?
«In questo disco più degli altri. Quando ho iniziato questo progetto, trovavo che fosse estremamente difficile scrivere in dialetto una canzone seria e profonda sull’amore e volevo riuscire ad essere romantico cantando in veneziano. C’è qualcuno che c’era già riuscito come i Pitura Freska con Bea fia di cui nell’album c’è una specie di cover».

Ha la fama di Dongiovanni, la canzone «Per sempre» indica che ha messo la testa a posto?
«Da un paio d’anni ho una compagna. Non sono mai stato un cane sciolto ma un romanticone; mi piace idealizzare l’amore, trovo molto interessante dare nobiltà a un sentimento».

La provincia le ha dato o tolto di più?
«Mi ha dato di più perché è quello che ho scelto: se tornassi indietro farei esattamente tutto così. Certo io sono fortunato perché ho un’attitude ben precisa mentre per altri musicisti che cercano di farsi conoscere e sono meno “local”, il Veneto è molto limitante: fanno bene ad andare a Milano».

Ha compiuto 40 anni. Fra 20 dove si vede?
«Non sono cambiato: farò questo fino alla fine. Per me il successo è avere un po’ di lentezza e normalità nella vita, non voglio comprarmi un’auto di lusso ma andare d’accordo con i miei compagni di viaggio. Fino a 80 anni, come succede con il liscio, spero di continuare a cantare e suonare alle sagre. E mi va bene così: adoro cantare alle sagre».

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