La destra e lo strappo filorusso
L’addio di Vannacci alla Lega apre una crepa nel blocco meloniano. Il generale non ha mai nascosto simpatie verso Mosca
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La destra e lo strappo filorusso
Antonio Polito | 4 febbraio 2026L’addio di Vannacci alla Lega apre una crepa nel blocco meloniano. Il generale non ha mai nascosto simpatie verso Mosca
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Ci sono due effetti politici immediati dell’addio di Vannacci alla Lega. Il primo è che Mosca trova in Italia un propagandista delle sue ragioni e un avvocato dei suoi interessi più efficiente di quanto si sia mostrato Salvini: non gli lesinerà il suo sostegno. Bisogna infatti ricordare che la rottura è avvenuta sul decreto del governo che confermava gli aiuti militari all’Ucraina, e che la Lega non è riuscito a impedire.
Quello del generale sembra dunque innanzitutto uno «strappo» alla rovescia: laddove Berlinguer allontanò il Pci dal Cremlino, Vannacci avvicina la destra a Putin. La coalizione di Giorgia Meloni ora sa che la sfida dei filo-russi è stata portata nel suo stesso elettorato. E che le può scippare alle prossime elezioni una percentuale di voti; piccola o grande che sia, pur sempre in grado di metterne a rischio la riconferma.
E qui arriva la seconda conseguenza: la legge elettorale già in cottura da tempo va forse riformata ancor prima di nascere. La questione non è tanto sulla soglia di sbarramento per accedere al Parlamento, anche perché oggi è difficile prevedere quanto alta debba essere per tenerne fuori il generale (e quanto impopolare possa diventare una norma ad personam contro di lui). Il problema vero riguarda la soglia da fissare per la coalizione vincente, oltre la quale si ottiene cioè il premio di maggioranza. Le voci di corridoio davano per trovato un vasto accordo, anche con l’opposizione, sul 45% dei voti popolari. Che in uno scontro bipolare, centrodestra contro centrosinistra, sarebbe un obiettivo raggiungibile. Ma se cominciano a staccarsi pezzi che corrono da soli, sottraendo consensi, diventa a rischio. Il vantaggio che oggi i sondaggi attribuiscono al centrodestra potrebbe svanire (e infatti Renzi gongola pubblicamente, gli altri capi del Campo Largo solo in privato). E comunque: che succede se nessuna delle due coalizioni ci arriva?
APPROFONDISCI CON IL PODCASTFare previsioni sui voti che tra più di un anno può ottenere una lista dell’ex generale, fino a ieri idolatrato ma già oggi bollato dai giornali di destra con il marchio di «disertore» e «traditore» e (impropriamente) paragonato a Fini, è oggi azzardato. Le ipotesi variano dall’1% al 4% e più, cioè dalla disfatta al trionfo. Viene da pensare che il danno minore lo possa pagare proprio la Lega (e dunque il maggiore Fratelli d’Italia), nonostante sia stato Salvini a portarsi in casa il cavallo di Troia. Del mezzo milione di preferenze ottenuto da Vannacci alle ultime elezioni europee, quanti sono gli elettori leghisti di Zaia o di Fedriga che davvero lo seguirebbero nel «tradimento»? D’altra parte quando il generale ci ha provato da solo, con la «campagna di Toscana» delegatagli chiavi in mano da Salvini, ha fatto un clamoroso flop. Il caos organizzativo e le tensioni interne ai cosiddetti «team» dei suoi sostenitori non lasciano finora ipotizzare un’armata elettorale in grado di sgominare eserciti ben più sperimentati e insediati sul territorio, quando si tratta di mettere i voti uno sopra l’altro.
Ma ciò nonostante sarebbe meglio non sottovalutare le prospettive di una lista con simpatie dichiarate per il fascismo e pulsioni apertamente razzistiche. C’è un magma elettorale indistinto che si agita soprattutto nel vasto oceano dell’astensione. «Angry white men», come li chiamano i politologi americani; oppure «forgotten men» come li chiama Trump; «nativi incazzati», potremmo tradurre noi. Gente che si sente dimenticata nella propria condizione sociale, e ne fa colpa agli immigrati. Elettori delusi dai partiti di destra, a partire da quello della premier, che hanno dovuto imparare l’arte pragmatica (ed europeista) del governo. Cittadini che hanno perso fiducia nella democrazia e ammirano gli uomini forti. Estremisti che scambierebbero volentieri Putin con i nostri politici.
Quanti italiani così sarebbero mobilitabili se trovassero un capo credibile, sempre ammesso che Vannacci lo sia? Quanti ce ne sono anche nel campo dell’opposizione, e perfino della sinistra? Non a caso dall’ex comunista Rizzo all’ex fascista Alemanno, dal pistolero ex Fdi Pozzolo al sindacalista ex Avs Soumahoro, le attrazioni fatali per il generale si sprecano (con l’ex grillino Di Battista in panchina che suona la balalaika). Invece del bianco, rosso e verde della bandiera italiana, Vannacci potrebbe finire così col vestire i colori rosso e bruno, mettendo insieme la prole dei due peggiori totalitarismi del Novecento.
4 febbraio 2026 ( modifica il 5 febbraio 2026 | 09:43)
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