Quando la fotografia diventa strumento di denuncia e impegno sociale: gli italiani al Festival «Xposure»
Corriere della Sera - Cultura

Quando la fotografia diventa strumento di denuncia e impegno sociale: gli italiani al Festival «Xposure»

Giovedì 5 febbraio 2026
3 visualizzazioni

Dalle violazioni delle multinazionali in Sud America ai villaggi africani minacciati dal mare: cinque autori italiani portano a Sharjah (vicino a Dubai) scatti che non cercano l’effetto, ma fanno riflettere su alcuni problemi globali

Milano Cortina, oggi accensione del braciere e inaugurazione: la diretta 

I tuoi preferiti

Salva questo articolo e leggilo quando vuoi. Il servizio è dedicato agli utenti registrati.

Non hai un account? Registrati in 1 minutoAccedi

Hai salvato un nuovo articolo

Trovi tutti gli articoli salvati nella tua area personale nella sezione preferiti e sull'app Corriere News.

Quando la fotografia diventa strumento di denuncia e impegno sociale: gli italiani al Festival «Xposure»

di Mauro Pigozzo

Dalle violazioni delle multinazionali in Sud America ai villaggi africani minacciati dal mare: cinque autori italiani portano a Sharjah (vicino a Dubai) scatti che non cercano l’effetto, ma fanno riflettere su alcuni problemi globali

Cinque sguardi italiani, cinque modi diversi di attraversare il presente. All’«Xposure International Photography Festival» di Sharjah (negli Emirati Arabi, a pochi chilometri da Dubai) il nostro Paese si presenta con un gruppo di autori che coprono l’intero spettro della fotografia contemporanea: dalla moda concettuale alla cronaca ambientale, dalla ricerca editoriale alla fine art. Invitando con i propri scatti a riflettere su temi globali, dal cambiamento climatico in corso in Africa ai drammi causati dalle multinazionali in Perù, passando per il ruolo della memoria collettiva.

Partiamo dal luogo, gli Emirati Arabi. Accanto alla scena internazionale di Dubai, normalmente associata a grandi eventi commerciali, a Sharjah c’è il polo culturale più importante della nazione. Organizzato dallo Sharjah Government Media Bureau, il festival - giunto alla decima edizione - si muove attorno al tema «A Decade of Visual Storytelling», trasformando il nuovo distretto di Aljada - un hub creativo e urbano vicino al centro di Sharjah - in una gigantesca piattaforma di narrazione visiva. In sette giorni, tra fine gennaio e inizio febbraio, migliaia di visitatori da tutto il mondo hanno partecipato a un laboratorio di confronto tra professionisti, studenti e pubblico. Con oltre 420 artisti da più di 48 Paesi in campo, il festival è diventato un punto di riferimento per chi guarda alla fotografia come disciplina creativa e mezzo di impegno sociale.

 Ed è proprio sul terreno del reportage che emerge il genio italiano, come raccontano ad esempio gli scatti di Matilde Gattoni: l'artista da oltre vent’anni lavora su quattro Continenti, intrecciando questioni ambientali e diritti umani. Le sue immagini, pubblicate da Time, The New York Times e National Geographic, arrivano a «Xposure» come parte di un racconto lungo, coerente, spesso doloroso. I progetti sviluppati con il giornalista Matteo Fagotto sulle comunità indigene e sulla crisi climatica restituiscono una fotografia che non cerca l’effetto, ma l’urgenza. «Qui ho portato il racconto di come già ora la rabbia del mare stia allagando i villaggi africani», ha spiegato Gattoni, mostrando il volto di una donna che cerca di arginare l'oceano con un piccolo muro di sabbia di fronte a casa.

Radicalmente politico è, invece, lo sguardo di Alessandro Cinque, classe 1988, fotogiornalista italiano residente a Lima, in Perù. Le sue immagini raccontano le conseguenze sociali e ambientali delle industrie estrattive in Sud America, con particolare attenzione alle comunità indigene colpite dall’attività mineraria. Al festival, Cinque ha portato un lavoro che non concede neutralità, mostrando ferite aperte, territori compromessi, conflitti tra sviluppo e diritti. Il suo è un fotogiornalismo che prende posizione e usa l’immagine come strumento di denuncia. A breve pubblicherà un libro fotografico proprio su questi temi. «Spesso scelgo scatti che mettono a rischio radicati interessi economici. Ma tutto il Sud America è ferito dalle multinazionali che si sono sostitute agli stati coloniali: lo ritengo doveroso», ha raccontato Cinque.

Più intimo, quasi silenzioso, il contributo di Marco Ronconi, originario di Rovigo. Fotografo ed editore, fondatore di Kamui Editions, lavora soprattutto in bianco e nero, su immagini minimali che indagano la natura come spazio mentale prima ancora che geografico. I suoi libri, Chiaro Scuro e Hueco Mundo, sono esercizi di sottrazione, dove la fotografia diventa pausa, riflessione, equilibrio. A «Xposure» ha mostrato scatti provenienti dal nord del mondo, con neve e sguardi di orsi e volpi sul filo tra presenza e assenza. «Cerco di descrivere il mondo in modo quasi filosofico. Luce e oscurità hanno la stessa anima», ha spiegato al Corriere. 

Ma non c'è solo il fotogiornalismo. Lucia Giacani ha portato negli Emirati il rigore visionario della fotografia di moda italiana. Milanese, classe 1976, oltre diciotto anni di carriera internazionale alle spalle, è riconosciuta per un linguaggio audace, surreale, dichiaratamente femminile, che fonde eleganza italiana e riferimenti colti alla storia dell’arte. A «Xposure» la sua presenza non è stata solo espositiva, ma anche simbolica: le sue immagini, già apparse su ogue Italia, Harper’s Bazaar e L’Officiel, raccontano identità stratificate, nostalgie contemporanee, corpi come luoghi di narrazione.

A chiudere il quintetto Riccardo Magherini, interprete di una fotografia fine art che lavora sui confini della percezione. Le sue composizioni stratificate e astratte trasformano frammenti di esperienza in narrazioni visive complesse, dove spazio e memoria si confondono raccontando le città del Sud Est asiatico: una sorta di reportage on the road dove la sovrapposizione delle immagini genera un clima culturale nuovo, a tratti straniante.

Cinque autori, cinque percorsi diversi, un’unica costante: la capacità della fotografia italiana di parlare al mondo senza perdere profondità. A Sharjah, dentro una fiera che mette in dialogo culture e linguaggi globali, l’Italia non si presenta come scuola compatta, ma come arcipelago di visioni. Ed è forse questa la sua forza più autentica.

5 febbraio 2026

© RIPRODUZIONE RISERVATA

«L’Arca», l’opera di Ivan Tresoldi realizzata con i resti del naufragio di Cutro per Emergency

Il 14 dicembre l’inaugurazione, a Milano, nella sede della Ong fondata da Gino Strada - di Jessica Chia /CorriereTv

Condividi questo articolo