Anche il prof faccia autocritica
Le accuse di conservatorismo rivolte agli accademici devono far riflettere e centrare il dibattito su una nuova didattica
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Anche il prof faccia autocritica
Elio Franzini | 5 febbraio 2026Le accuse di conservatorismo rivolte agli accademici devono far riflettere e centrare il dibattito su una nuova didattica
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Il serio accademico Condorcet, nei mesi del Terrore, fu costretto al suicidio mentre Robespierre affermava che le guide intellettuali del «nuovo» non potevano essere accademici, poiché «un nuovo regime non può poggiarsi su una storia antica». Questo perverso atteggiamento, che vede l’Università come un presidio di conservazione passatista, persiste ben saldo, e non vi è riforma alcuna che lo possa abbattere. E nessuna riforma, possibile o reale, convincerà tutti, persi tra ideologie e visioni parziali. Forse, allora, gli accademici per primi dovrebbero dismettere panni che troppo spesso amano indossare, quelli della critica, e iniziare a esercitare un poco di autocritica, uscendo da quelle bolle comunicative in cui molti, in primo luogo tra i rettori, si sono rinchiusi. In momenti di crisi, al di fuori di ogni dinamica autoreferenziale, invece di discutere di proroghe, o ergersi ad attori principali di riforme che non possono né debbono fare, dovrebbero diventare protagonisti attivi e dialogici di una comunicazione del valore della ricerca e della didattica, su un piano istituzionale, e non mediatico.
Certamente, è difficile determinare una strategia unitaria: l’unica possibile deriva da un approccio che cerchi di individuare obiettivi specifici e scopi comuni, esaltando anche il valore di voci dissonanti, dialogando tra le varie esperienze, di lavoro, analisi, ricerca e studio che l’Università quotidianamente genera. I «popoli» dell’Università che vanno ascoltati sono docenti, personale e studenti: soffocati i primi dalla burocrazia, i secondi da difficoltà di crescita (professionale e stipendiale) e gli ultimi, i protagonisti per i quali gli altri due corpi lavorano, da ritualità che non comprendono. Per tale motivo bisogna in primo luogo prestare attenzione a rinnovare la didattica, a valorizzarla. Va meglio definito a livello nazionale un framework di competenze e saperi, meno vago di quelli attuali, definendo un’idea di docenza che si adatti non solo agli sviluppi delle tecnologie, ma a una platea che si è modificata, che richiede percorsi nuovi, differenti modalità di insegnamento, senza perdere in ricchezza culturale. La didattica, da cenerentola del sistema, deve diventare primaria, riconoscendole la capacità di creare valore pubblico. Gli Atenei quindi, anche a fronte di costi crescenti, devono imparare, oggi più che mai, a fare sistema, condividendo esperienze concrete e infrastrutture, nella ricerca come nella didattica, e soprattutto nel trasferimento tecnologico. Gli esempi positivi che, in questa direzione, sono stati implementati grazie al PNRR devono essere proseguiti, non cancellati.
Altri problemi sono ben noti, e nulla si risolverà ricordando i guasti o i benefici di quella o questa legge. Due i nodi urgenti: la conservazione e la valorizzazione dei patrimoni immobiliari, a volte molto consistenti, che gli Atenei non possono da soli gestire nella mitizzazione dell’autonomia; e l’aumento insostenibile dei costi del personale, anche in virtù dei piani straordinari che ne hanno aumentato il numero, in un periodo dove pure crescono gli adeguamenti Istat. Da soli, inutile nasconderselo, gli Atenei non potranno farcela. Elencare successi o insuccessi o perdersi in polemiche non ha molto significato. Si ha con evidenza necessità di interventi riformatori incisivi e lungimiranti: l’esperienza senza dubbio, in questi compiti, è importante, così come è ovvio che l’agenda la devono dettare i decisori, cioè il Governo e il Parlamento. Ma forse è giunto il momento che, per nuove idee, ci si affidi ai più giovani, a chi potrà vedere realizzarsi quel che progetta, senza nostalgie o rivendicazioni per il passato. La scienza, come scriveva Max Weber più di cent’anni fa, non è soltanto un esercizio di calcolo che viene compiuto nei laboratori o nelle cartoteche statistiche. È qualcosa cui non si giunge solo con il freddo intelletto, bensì coltivando le idee, come solo i giovani sanno fare, «con tutta l’anima».
5 febbraio 2026
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