La spinta italiana all'Europa
Dopo l’intesa con la Germania, Roma dovrebbe accompagnare ogni apertura bilaterale con segnali chiari di impegno verso soluzioni comuni
Milano Cortina, oggi accensione del braciere e inaugurazione: la diretta
La spinta italiana all'Europa
Lucrezia Reichlin | 5 febbraio 2026Dopo l’intesa con la Germania, Roma dovrebbe accompagnare ogni apertura bilaterale con segnali chiari di impegno verso soluzioni comuni
I tuoi preferiti
Salva questo articolo e leggilo quando vuoi. Il servizio è dedicato agli utenti registrati.
Non hai un account? Registrati in 1 minutoAccediHai salvato un nuovo articolo
Trovi tutti gli articoli salvati nella tua nella sezione preferiti e sull'app Corriere News.
Per trent’anni l’Europa ha vissuto dentro un equilibrio implicito, raramente dichiarato ma sempre decisivo: la Germania era il perno economico dell’Unione, ma il suo potere era «europeizzato», incanalato e vincolato da regole comuni. Quel compromesso nasce a Maastricht, all’inizio degli anni Novanta, quando la Francia accetta la riunificazione tedesca in cambio della moneta unica. La rinuncia al marco non fu solo un gesto economico: fu il prezzo politico che Berlino pagò per rassicurare i partner e restare saldamente dentro la casa europea.
Da quell’accordo discende l’architettura che conosciamo: una Banca centrale indipendente, la stabilità dei prezzi come obiettivo quasi esclusivo, regole fiscali rigide. Un impianto profondamente ispirato al modello tedesco dell’epoca: un’economia esportatrice, tecnologicamente solida ma incrementale, poco dipendente dalla spesa pubblica e protetta da ampi avanzi esterni. Un modello che non funzionava per tutti i Paesi dell’Unione e che, pur garantendo la stabilità dei prezzi, ha avuto costi economici e politici rilevanti.
Oggi, però, quel mondo non esiste più.
L’Europa è circondata da un ambiente geopolitico ostile, combatte una guerra sul proprio confine orientale, dipende tecnologicamente dall’estero in settori strategici e dispone di capacità di difesa collettive insufficienti. In questo contesto dovrebbe investire massicciamente in tecnologia, sicurezza ed energia, e prepararsi a una trasformazione industriale di scala continentale.
Vincoli politici e regole disegnate in un’altra epoca le impediscono di farlo insieme. Nel frattempo, però, la Germania è cambiata. Con la Zeitenwende, l’aumento strutturale della spesa militare e il ritorno dell’intervento pubblico in industria, energia e tecnologie avanzate, Berlino sta abbandonando — nei fatti — l’ortodossia che aveva imposto a sé stessa e agli altri.
È un passaggio storico: la Germania torna a essere un grande spenditore e un potenziale hub industriale e tecnologico anche nel settore della difesa. E lo fa forte di una capacità fiscale che pochi altri Paesi europei possiedono. Il paradosso è evidente: le regole di Maastricht non sono più adatte nemmeno alla Germania che le aveva volute.
In teoria, questo sarebbe il momento per un nuovo compromesso europeo: debito comune, investimenti condivisi, una vera politica industriale e tecnologica continentale. In pratica, è difficile immaginare che sia la Germania a guidarlo spontaneamente. Europeizzare questi sforzi significherebbe per Berlino concentrare rischi politici e finanziari, rallentare decisioni urgenti e condividere un vantaggio che oggi può esercitare a livello nazionale. Dal punto di vista strettamente tedesco, l’incentivo resta debole.
Il risultato possibile è un equilibrio instabile ma realistico: regole fiscali progressivamente svuotate dall’interno, crescita e investimenti trainati soprattutto dalla Germania, e un livello europeo più fragile, non più forte. Non un’Europa federale, ma nemmeno una vera disintegrazione. Piuttosto, un’Unione in cui la Germania resta «dentro», ma non più pienamente europeizzata.
In questo contesto, l’idea di una nuova power couple europea — Giorgia Meloni e Friedrich Merz — è ambigua. Forse un’Unione di Stati più sovrani è davvero il modello auspicato dalla nostra presidente del Consiglio. Ma un equilibrio fondato su un’Europa debole e una Germania forte non è nell’interesse italiano.
Se questo è vero va allora sottolineato che c’è infatti una differenza sostanziale tra usare il rapporto bilaterale con la Germania per sbloccare iniziative e accettare che esso diventi il surrogato di una soluzione europea. Un’intesa politica tra Roma e Berlino può essere utile, persino necessaria, se serve a far avanzare dossier concreti. Ma diventa problematica se finisce per indebolire il livello europeo, trasformando l’Unione in una cornice formale mentre le scelte strategiche si prendono altrove.
Proprio per questo, l’Italia dovrebbe accompagnare ogni apertura bilaterale con segnali chiari di impegno verso soluzioni comuni. In questo senso, approvare il Meccanismo europeo di stabilità — bloccato dal solo voto dell’Italia — darebbe un messaggio chiaro: non risolverebbe certo le fragilità dell’Unione, ma riaffermerebbe che l’Italia non intende sostituire l’Europa con accordi tra Stati. È una scelta politica che chiarisce l’obiettivo: usare il rapporto con la Germania per rafforzare l’Europa, non per aggirarla.
5 febbraio 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Editoriali e commenti di oggi di Marco CastelnuovoLa fiaccola che accende l’autostima
Venerdì 6 febbraio 2026 di Lucrezia ReichlinLa spinta italiana all'Europa
Giovedì 5 febbraio 2026 di Elio FranziniAnche il prof faccia autocritica
Giovedì 5 febbraio 2026 di Massimo GaggiTrump, il Super Bowl e tre passi indietro
Giovedì 5 febbraio 2026 di Vani Rao *l'India e l'intelligenza artificiale
Giovedì 5 febbraio 2026 di Venanzio PostiglioneIl banco di prova dei Giochi
Giovedì 5 febbraio 2026 LEGGI TUTTIGli approfondimenti e gli editoriali sui principali temi di attualità, politica, economia e costume curati dalle firme più prestigiose del Corriere della Sera. Scopri opinioni e commenti sui fatti del giorno.
Le Newsletter del Corriere, ogni giorno un nuovo appuntamento con l'informazione
Riceverai direttamente via mail la selezione delle notizie più importanti scelte dalle nostre redazioni.
Iscriviti