La fiaccola che accende l’autostima
Quello che i Giochi possono restituire a Milano non è l’entusiasmo, ma un’autostima collettiva
Milano Cortina, oggi accensione del braciere e inaugurazione: la diretta
La fiaccola che accende l’autostima
Marco Castelnuovo | 5 febbraio 2026Quello che i Giochi possono restituire a Milano non è l’entusiasmo, ma un’autostima collettiva
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Ci sono eventi che cambiano il Dna di una città, la propria consapevolezza, il proprio orgoglio, il motivo per cui si è conosciuti all’estero. Le Olimpiadi sono il classico motore di questa trasformazione. Torino 2006 e Barcellona 1992, certamente. Ma anche — per restare ai Giochi invernali — Vancouver 2010, Sochi 2014.
Le Olimpiadi Milano Cortina 2026, che cominciano finalmente oggi, non saranno da meno. Finora è stato seguito il classico iter: le persone che si lamentano perché i lavori sono in ritardo, per i blocchi delle strade, perché non si avverte lo spirito olimpico, non ci sono nemmeno vessilli lungo i viali. Tutto già visto, tutto conosciuto, tutto legittimo e comprensibile. Basti pensare alle polemiche dei parigini affacciati sulla Senna che lasciarono la città per non vivere in lockdown il giorno della cerimonia.
Poi, magicamente, si accende la fiaccola: partono le gare e tutto cambia. Già ieri è accaduto con l’arrivo della torcia in città e le prime gare disputate tra Rho e l’Arena Santa Giulia. È stato bello vedere tifosi con la faccia dipinta e la maglia della propria nazionale che orgogliosamente raggiungevano a piedi le sedi delle gare. Ancora di più la folla dei milanesi al passaggio della fiaccola olimpica.
Milano e Cortina non sono diventate città olimpiche per caso, ma per il loro piano di sviluppo coraggioso e sostenibile. E sì, anche per essere Giochi diffusi sul territorio, scelta culturale prima che logistica.
Dà lustro a Milano ma valorizza anche territori che altrimenti resterebbero ai margini. È un modello nuovo che altri, come le Alpi francesi nel 2030, hanno preso ad esempio. In Europa nessun Paese potrà più permettersi di organizzare i Giochi in un solo luogo. Anche qui, Milano innova.
Il boulevard che da piazza Duomo arriva al braciere olimpico dell’Arco della pace attraversando piazza Cordusio, Largo Cairoli, il castello Sforzesco, il parco Sempione è il biglietto da visita della città agli ospiti stranieri. Che non sono i capi di Stato: loro sono qui oggi, ma già domani ripartiranno. Sono piuttosto coloro che portano, e lasciano, lo spirito olimpico che andiam cercando. Le Olimpiadi usano la città come una quinta. Stazioni, strade, quartieri e piazze sono parte della scena. Per due settimane una città smette di vivere solo per sé — traffico, disagi, polemiche quotidiane — e accetta di essere spazio condiviso. Non è poco, per un organismo complesso e nervoso come una metropoli. Finalmente Milano può smettere di guardarsi allo specchio. Lo ha fatto molto in questo ultimo anno: spietata nelle autocritiche e nel considerare fallito un modello che, se fallace, lo è stato paradossalmente per il troppo successo.
Nel giro degli ultimi giorni, le polemiche sull’Arena Santa Giulia indietro nei lavori, sul catafalco che occupa piazza del Duomo, sul Villaggio olimpico brutto, hanno lasciato spazio a una narrazione completamente differente. L’Arena Santa Giulia è uno dei palazzetti per l’hockey più belli del mondo, piazza del Duomo non è mai stata inquadrata così bene, e anche il Villaggio olimpico è — a detta degli atleti — comodo e funzionale (e senza letti di cartone). Quello che i Giochi possono restituire a Milano non è l’entusiasmo, che si spegnerà insieme alla fiaccola, ma un’autostima collettiva che ci rende orgogliosi della nostra città, delle cose fatte bene anche se un po’ di corsa, della consapevolezza di funzionare bene anche come una comunità. In una città abituata alle eccellenze individuali, non è cosa da poco. E l’autostima ha un’altra ottima conseguenza: ti permette di capire e correggere gli errori senza cadere nel masochismo.
5 febbraio 2026 ( modifica il 6 febbraio 2026 | 10:24)
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