Pianura e quelle «guerre» dei bambini
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Pianura e quelle «guerre» dei bambini
di Fortunato CerlinoAvevamo dodici, tredici anni. Ma nel branco c’erano anche creature di nove, dieci. Gomorra non c’era ancora, ma già esisteva. Nessuno ne aveva ancora dato testimonianza nelle pagine di un libro o nei fotogrammi di una fiction, ma quei fatti erano il plot delle nostre vite. I giornali ne scrivevano, certo, ma chi li leggeva da quelle parti?
Pianura, dove sono cresciuto, era uno dei teatri della seconda guerra di camorra , consumatasi tra il 1978 e il 1983, la più sanguinosa, con oltre mille vittime tra killer, affiliati e collaterali.
Noi, ragazzini di provincia non eravamo i protagonisti di quelle vicende, ma nemmeno spettatori protetti dal divano di casa o da una sala buia. Quelle storie, quelle immagini, quelle sequenze erano proiettate sui muri e sull’asfalto delle nostre strade, lasciando segni indelebili nelle nostre coscienze.
Non erano i telegiornali a condizionarci. Non li guardavamo. Nemmeno The Godfather o Scarface . Non avevamo soldi per andare al cinema. Al massimo, mettendo da parte qualche spicciolo, andavamo a vedere i film di Bruce Lee. Usciti dalla sala ci sentivamo tutti cinture nere. Costruivamo ’e mazzarielli, nunchaku artigianali fatti con due pezzi di manico di scopa e una catena.
Qualcuno, invece del legno, usava sbarre di ferro. Ma la verità è che non erano quei film a condizionarci. Ci bastava prendere ispirazione dai modelli reali che avevamo davanti. Il resto era nell’aria che respiravamo. Ci entrava nei polmoni, nel cuore, nelle viscere. Nella testa. Un clima di violenza e di rivalsa, alimentato da una continua percezione di fragilità e pericolo.
Il cielo era più basso a Pianura. Ci teneva schiacciati a terra. Sentivamo, fin da bambini, di essere minacciati. Non avevamo una lira in tasca e quel poco che avevamo, conquistato a morsi, volevano portarcelo via. Il governo, i ladri, i datori di lavoro, i vigili urbani, il terremoto. E allora ci armavamo. Andavamo in giro in branco. Faccia incazzata, pugni in tasca. Ci dividemmo le strade di Pianura in zone. Una piccola Pianura che riproduceva fedelmente quella degli adulti. Noi eravamo quelli ’e vascio via Vecchia Comunale. Poi c’erano quelli ’e via San Donato, quelli ’e areta ’a chiesa e San Giorgio, quelli do Villaggio Italsidèr. Quindici, venti ragazzini per branco. Armati di pietre, fionde, sbarre di legno e di ferro, nunchaku. Le nascondevamo nelle intercapedini dei muri, dietro ’e bidoni da munnezza. E quando quelli di un’altra zona sconfinavano, scoppiavano ’e mazzate. Si sconfinava perché uno del branco aveva ricevuto un’offesa, era stato picchiato. O perché una delle nostre femmine (perché a tredici anni avevamo già «le nostre femmine») veniva attenzionata o molestata da un fuorizona. Non si trattava di scontri innocenti. Sassaiole fitte, mazzate ’a cecati. Doveva davvero esistere un Dio dei bambini di provincia da qualche parte, perché ancora oggi non mi spiego come sia stato possibile che non ci sia scappato il morto. Noi, una volta, ci andammo vicini.
Era un ragazzino di via San Donato. Insieme al suo branco sconfinò su via Vecchia Comunale. Voleva giustizia per non so quale torto subito. Fischi, richiami, voci allungate nel pomeriggio plumbeo. In pochi minuti si radunò la nostra muta. Li inseguimmo. Li scacciammo. Quelli si lanciarono in un nuovo attacco. Quando li respingemmo di nuovo, uno dei nostri lanciò ’na preta di almeno mezzo chilo. Una parabola perfetta che colpì alla nuca il malcapitato. Restò a terra. La testa sanguinante. Passarono alcuni interminabili secondi. Come una scossa elettrica che avesse percosso ognuno di noi, inseguiti e inseguitori restammo in silenzio, attoniti. Stava per succedere. Da lì non si sarebbe tornati indietro. Invece, grazie al Dio dei bambini, il ragazzino si rialzò. Rintronato, ma si rialzò. I suoi lo presero in consegna, lo portarono via.
Oggi, leggendo i fatti di cronaca della provincia (non solo napoletana) che non fa sconti a nessuno, soprattutto ai minorenni, mi chiedo che cazzo di fine abbia fatto quel Dio.
Forse è stato ucciso. O si è licenziato. O forse ha perso la fede. O, semplicemente, è entrato a far parte del branco avversario.
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