Si chiama Barbieri, fa il barbiere da 66 anni e ha collezionato a Torino 25.000 oggetti del mestiere: storia di Adriano e del suo tesoro a Barriera di Milano
Corriere della Sera - Cultura

Si chiama Barbieri, fa il barbiere da 66 anni e ha collezionato a Torino 25.000 oggetti del mestiere: storia di Adriano e del suo tesoro a Barriera di Milano

Domenica 30 agosto 2026
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Ha cominciato in Calabria quando aveva solo 8 anni. A Torino dal 1962, oggi sogna un museo della barberia: «Ho il pennello pubblicizzato da D’annunzio e le tazzine del 1800 che avevano la poggia baffi»

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Si chiama Barbieri, fa il barbiere da 66 anni e ha collezionato a Torino 25.000 oggetti del mestiere: storia di Adriano e del suo tesoro a Barriera di Milano

di Maria La Barbera

Ha cominciato in Calabria quando aveva solo 8 anni. A Torino dal 1962, oggi sogna un museo della barberia: «Ho il pennello pubblicizzato da D’annunzio e le tazzine del 1800 che avevano la poggia baffi»

Adriano Onofrio Barbieri, 74 anni, da decenni esercita il suo mestiere di barbiere con passione. Ha cominciato in Calabria, a Sant’Onofrio, quando aveva solo otto anni, la mattina andava a scuola e il pomeriggio apprendeva e lavorava. Una volta arrivato a Torino, nel 1962 con la famiglia, ha continuato nel suo percorso professionale aprendo, in seguito, la sua attività nel 1974, a 22 anni. Il suo negozio è nel quartiere di Barriera di Milano, in corso Giulio Cesare, dov’è conosciuto e apprezzato. Accanto alla professione, circa 25 anni fa, ha sviluppato un forte interesse per la storia della barberia, raccogliendo nel tempo circa 25.000 oggetti tra strumenti, arredi e curiosità d’epoca e più attuali. Il suo negozio si è trasformato, così, in un museo informale che racconta l’evoluzione di una professione antica e profondamente legata alla vita sociale.

Signor Barbieri quando ha iniziato a collezionare tutti questi oggetti?

«Circa venticinque anni fa ho cominciato ad acquistare oggetti legati al mio lavoro, il barbiere. Giravo per i mercatini, come faccio ancora oggi, in cerca di pezzi da collezione, unici, ma anche di arnesi che nel corso del tempo cambiavano, si modernizzavano. Dalla mia collezione si può evincere l’evoluzione di vari strumenti dal 1700 in poi».

La sua raccolta vanta 25.000 pezzi?
«Sì, molti li tengo in esposizione in negozio, che è diventato meta di visite turistiche da tutto il mondo grazie al passaparola di numerosi cultori di questo tipo di oggetti e dell’attenzione mediatica che si è creata attorno ad essi. La capacità di questo spazio, però, è limitata e tantissimi sono impacchettati e tenuti in vari magazzini e altri spazi considerato il loro valore».

Dove li ha comprati?

«Ovunque in Italia. Negozi di antiquariato, mercati, rigattieri. La domenica ero sempre fuori, prendevo la mia macchina all’alba e partivo».

Ha dedicato molto tempo a questa attività?
«È diventata una passione, un interesse, un lavoro. Tutto il mio tempo libero lo passo così. Oltre al tempo, ho speso anche tantissimi soldi, potevo starmene tranquillo in pensione, ma amo troppo i miei oggetti e la loro ricerca mi coinvolge profondamente».

Tra i suoi pezzi unici cosa si può trovare?
«Sicuramente il pennello con la sua custodia in ottone che nel suo periodo di utilizzo venne pubblicizzato da Gabriele D’annunzio. Vado molto fiero inoltre delle due ricostruzioni di ambientazioni in miniatura da barbiere che ho costruito io stesso insieme all’aiuto di un amico. Uno è in vetrina e rappresenta un barbiere semplice e modesto di Napoli, l’altro riproduce un barbiere più ricco e sfarzoso di Venezia. Poi ci sono le tazzine del 1800 che avevano la poggia baffi, curiose e con dei decori molto belli».

Un riferimento letterario legato ai barbieri se lo ricorda?
«Il cappello di Don Chisciotte era in realtà una bacinella da barbiere in ottone, come quelle che ci sono appese nel mio negozio in vari materiali. Lui credeva che fosse l’Elmo di Mambrino, un oggetto magico e invincibile della tradizione cavalleresca. Se si guardano le immagini del protagonista di Cervantes lo si può intuire. Nella mostra che ho organizzato all’Ecomuseo del Regio Parco tra gli oggetti esposti c’erano anche diverse edizioni di questo straordinario romanzo».

Lei è anche consigliere della sesta circoscrizione?
«Si, sono diversi anni che mi occupo di questo territorio. In passato ero riuscito a fare di questa area la più impegnata in ambito culturale tra le 8 circoscrizioni. Organizzavo un evento ogni 15 giorni, mi piace e mi appassiona ancora oggi. Avevo la delega alla mobilità e ho lavorato al progetto della seconda linea della metro».

Ci sono anche dei dipinti nel suo negozio?
«Molti li ho fatti io, è un’altra delle mie passioni, una volta avevo anche una galleria. Nasco come incisore, creo e scolpisco sullo zinco e sul rame».

Nella sua soffitta c’è anche un banco di scuola di altri tempi, vecchie pagelle, giocattoli in legno.
«Mi sono appassionato anche ad altri tipi di collezioni, ho creato 4 esposizioni permanenti all’interno di scuole elementari, sempre in quest’area; non ho mai cercato sponsor o supporto economico, ho fatto tutto a spese mie e ho restaurato anche i pezzi malandati».

E il ritratto di Amedeo II di Savoia?

«Nel 1834 è nata la Mutua Associazione dei Parrucchieri di Torino (ex Pia Unione dei Parrucchieri), che si costituì ufficialmente nel 1864 e che diventò, nel 1900, la Società dei Barbieri. I Savoia hanno riconosciuto ufficialmente questa associazione donandogli ogni anno un sonetto, un diploma, che una volta erano conservati in Accademia, in via Garibaldi».

Cosa vuole farci con questo materiale prezioso che tiene in negozio e nei suoi magazzini?
«Il mio desiderio è che tutto quello che ho raccolto e collezionato con tanta dedizione venga ospitato in un museo, non basta fare una mostra, ci vuole una esposizione permanente. Ci sto lavorando da anni, vorrei uno spazio per contenerli tutti, non posso esporli in negozio, soprattutto i più preziosi; i pezzi unici che sono conservati al sicuro in diversi magazzini. Per realizzare tutto questo, mi era stato chiesto di costituire una Associazione».

E come è andata?
«Ho costituito la AESP, Associazione Estetica Servizi alla Persona. Doveva servire a fare un bando, ma alla fine mi sono stati chiesti molti soldi per uno spazio appena inaugurato qui in città e quindi la cosa è decaduta, non potevo permettermelo. Sono abbastanza arrabbiato per questo. L’importante legame con i Savoia non è stato considerato e neanche il fatto che, dopo aver speso moltissimi soldi per acquistare tutti questi oggetti, li avrei donati al museo».

Lei aspetta.

«Sì, non perdo la speranza. Sto coltivando un sogno e vorrei realizzarlo. Ho fatto diverse mostre che hanno avuto anche 30.000 visitatori, come quella fatta al Pala Ruffini, fortunatamente ho molti estimatori e amici che mi sostengono».

Ha mai pensato di vendere la sua collezione?

«No, mai! Quando me lo chiedono mi offendo. Questa raccolta è tutta la mia vita, dopo la famiglia ovviamente».

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