America, la nostra illusione
Quando l’Europa vedeva negli Usa un modello di democrazia e l'esempio da seguire
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America, la nostra illusione
Sabino Cassese | 29 agosto 2026Quando l’Europa vedeva negli Usa un modello di democrazia e l'esempio da seguire
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Quando e perché l’Europa ha iniziato a coltivare il mito dell’America come maestra di democrazia e guida dell’Occidente? La risposta a questa domanda è più urgente ora, per il riaffacciarsi di guerre e di minacce di guerra e per la ripresa dell’espansione russa verso occidente, avviata già tra la fine del Seicento e il Settecento e culminata, in quella fase, nelle spartizioni della Polonia; una direttrice ripropostasi dopo la Seconda guerra mondiale.
Per rispondere a questa domanda bisogna ripercorrere la vicenda dei rapporti tra Europa e Stati Uniti, che sono una parte importante di quello che viene definito Occidente, ed esaminare come l’America fu vista con occhi europei, e poi come noi europei abbiamo considerato i momenti critici e le svolte autoritarie americane, sottovalutando le critiche rivolte dagli stessi americani alle loro istituzioni.
La storia comincia con il grande scrittore, politico e diplomatico François-René de Chateaubriand, che nel 1791, a 22 anni, va in America e poi in quattro libri racconta l’incanto della natura e della libertà di quel Paese. Quarant’anni dopo, un suo nipote acquisito, Alexis de Tocqueville a 26 anni, varca nuovamente l’Atlantico e in due libri magnifica eguaglianza, democrazia e libertà americane, facendone un esempio da imitare. Nel 1888 il giurista, storico e uomo politico inglese James Bryce viene attratto anch’egli dalle istituzioni americane, che studia e illustra, con un giudizio peraltro più equilibrato, in un altro libro divenuto famoso.
Queste opere — seguite da altre dello stesso tenore — hanno dominato per lungo tempo l’opinione pubblica europea rappresentando gli Stati Uniti come l’immagine propria della libertà e della democrazia.
Hanno però sottovalutato gli aspetti e i momenti critici della storia americana, le svolte autoritarie e le critiche degli stessi americani al loro Paese.
Hanno sottovalutato la schiavitù, protratta fino al 1865, e l’isolazionismo (l’America agli americani) caldeggiato dal quinto presidente James Monroe (1817-1825); dimenticato quello che il settimo presidente Andrew Jackson (1829-1837) fece alle popolazioni native, con espulsioni e deportazioni forzate; sminuito l’importanza della guerra civile del 1861-1865, del numero dei morti e delle divisioni che produsse. Più tardi, altri osservatori trascureranno che il presidente Franklin Delano Roosevelt sia stato eletto ben quattro volte e che nel 1950-1954 il maccartismo comportò la persecuzione delle persone sospette di comunismo e di idee sovversive. Successivamente, abbiamo sottovalutato le fratture provocate o accentuate dalla politica statunitense all’interno dell’Occidente durante alcune crisi, come quella dell’Iraq. Tutti questi elementi negativi compensati solo dall’intervento nella Prima e nella Seconda guerra mondiale, nella ricostruzione postbellica e nella protezione militare dell’Europa.
Infine, scarsa attenzione è stata prestata alle critiche dei più attenti osservatori americani, che sono andate accentuandosi nel tempo, come quella dello storico Arthur Schlesinger jr., nel 1973, alla presidenza imperiale o quella di Robert Putnam del 2000 alle basi sociali della democrazia.
A ingigantire il mito americano ha poi contribuito la cultura letteraria: ad esempio, le traduzioni fatte da Cesare Pavese dei classici americani e il resoconto del viaggio americano di Simone de Beauvoir, mentre l’americano Henry James riusciva invece a vedere pregi e difetti dei due lati dell’Atlantico.
In conclusione, l’America è stata vista per due secoli come un’anticipazione dell’avvenire dell’Europa o come un’immagine delle aspirazioni degli europei. Noi europei abbiamo visto nell’America quello che aspiravamo ad essere, tralasciando tanti altri aspetti della realtà americana, che l’attuale presidente ci sta aiutando a scoprire. Possiamo riconoscerci nel titolo di un libro di quel fine scrittore che era Emilio Cecchi, autore nel 1939 di «America amara», piuttosto che in quello di un altro libro, opera nel 1935 del giornalista e scrittore Mario Soldati, «America primo amore». Ora la storia d’amore è finita.
29 agosto 2026
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