Premio Campiello, Elena Varvello e «La vita sempre»: il libro sulla storia dei nonni, innamorati in un mondo brutale e in fiamme
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Premio Campiello, Elena Varvello e «La vita sempre»: il libro sulla storia dei nonni, innamorati in un mondo brutale e in fiamme

Sabato 29 agosto 2026
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Francesco e Teresa, un sentimento travolgente, intorno il fascismo e il conflitto. «Ho lavorato a lungo su questa storia»

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Premio Campiello, Elena Varvello e «La vita sempre»: il libro sulla storia dei nonni, innamorati in un mondo brutale e in fiamme

di Francesca Visentin

Francesco e Teresa, un sentimento travolgente, intorno il fascismo e il conflitto. «Ho lavorato a lungo su questa storia»

Elena Varvello (foto Bergamaschi)

Francesco, bello, sfrontato, seduttore, pieno di Vita. Teresa, seria, «nata in una via di pezzenti»: una grande storia d’amore sullo sfondo del fascismo e della Seconda guerra mondiale nel romanzo La vita sempre (Guanda, 325 pagine, 20 euro), di Elena Varvello. È uno dei cinque libri finalisti al Campiello, il premio letterario di Confindustria Veneto.
Una vicenda reale, che nasce dalla storia dei nonni dell’autrice.
Francesco, nato nel 1914 in una famiglia benestante, affascinante, bugiardo, giocatore d’azzardo. Teresa, nata nel 1918, contesto poverissimo, il padre mutilato di guerra, un fratello disabile, sogna di studiare da maestra. Due persone diversissime che arrivano da mondi distanti, ma si attraggono in modo irresistibile. Lui abituato a sedurre e mentire, lei, rigorosa, stretta nel cappottino liso.

«Ho lavorato a lungo su questa storia»

«Francesco Ravinale morì nel lager di Dachau nell’aprile del ‘45 - spiega Elena Varvello - , poco prima della Liberazione. Aveva 30 anni. Lasciava la moglie Teresa e la figlia Piera, mia madre. Morì per le botte, il tifo, la fame. È sepolto, credo, chi può dirlo con certezza, sulla collina di Leitenberg, non troppo distante dal campo... La Storia alla fine aveva travolto quell’uomo aggrappato coi denti alla vita».
Varvello ricostruendo con la forma del romanzo la vita dei nonni, indaga il legame tra ciò che siamo e ciò che ci ha preceduti, mostrando che anche le esistenze più lontane continuano a lasciare traccia e parlarci. «Ho lavorato a lungo su questa storia - ha rivelato l’autrice - . Di mio nonno c’era pochissimo, anche della sua terribile prigionia a Dachau. Per me era una figura narrativa, letteraria, quasi cinematografica. Di milioni di persone che hanno giocato il loro ruolo nello scenario abominevole della guerra, noi non sappiamo niente e non sapremo mai niente». Francesco ha avuto una madre incapace di affetto e un padre debole, ma un fascino e una passione per la vita che l’hanno reso irresistibile. Teresa invece è stata tutta solidità, determinazione, disciplina, carattere schivo. In contrasto con l’amica Clelia, audace e passionale. Un rapporto di amicizia che ricorda quello tra Lenù e Lila di L’amica geniale.

«In famiglia era un argomento tabù»

Una storia famigliare e la figura del nonno ricostruita faticosamente e con molte ricerche dalla scrittrice, perché in famiglia l’argomento era tabù. «Mia nonna Teresa non ne parlò mai più, nè si poteva parlare di lui in sua presenza - dice Varvello - . Un passato troppo doloroso... Una questione privatissima... Mia madre, invece, ne parlava spessissimo... Ne aveva, in ogni caso, una gran nostalgia, alimentata dal silenzio...».
Lo stile narrativo di Varvello è inconfondibile, immediato, chirurgico, rende suoni, profumi, dettagli e atmosfere in modo visivo, scorrendo le pagine sembra di trovarsi davanti alle immagini di un film.
Nella storia, oltre a Francesco e Teresa, l’autrice costruisce un insieme corale di personaggi, Alfonso, l’amico d’infanzia di Francesco morto tragicamente, Daniele, il giovane ebreo vittima dell’odio razziale. E Clelia, l’amica di Teresa.
«In una delle foto (del nonno) che ho ereditato da mia madre - racconta Elena Varvello - quella più bella, Francesco è in piedi su uno scoglio, le mani in tasca, alle sue spalle il mare. È autunno, forse già inverno: indossa un cappotto. Guarda da un’altra parte, un punto alla sua sinistra (È forse Teresa ad avere scattato la foto?...). Il mare è mosso, tira un gran vento, l’orlo del cappotto ondeggia, gli sbatte intorno, ma i piedi sono ben saldi, e lui, Francesco, ride».

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