Modena, è morto Franco Fontana: maestro della fotografia e del colore, le sue opere sono nei musei di tutto il mondo
Corriere della Sera - Cultura

Modena, è morto Franco Fontana: maestro della fotografia e del colore, le sue opere sono nei musei di tutto il mondo

Sabato 29 agosto 2026
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Nato a Cognento il 9 dicembre 1933, Fontana è considerato un maestro della fotografia d'avanguardia. Aveva avuto il coraggio di scegliere il colore quando la fotografia d’autore parlava quasi esclusivamente in bianco e nero

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Modena, è morto Franco Fontana: maestro della fotografia e del colore, le sue opere sono nei musei di tutto il mondo

di Maria Vittoria Melchioni

Nato a Cognento il 9 dicembre 1933, Fontana è considerato un maestro della fotografia d'avanguardia. Aveva avuto il coraggio di scegliere il colore quando la fotografia d’autore parlava quasi esclusivamente in bianco e nero

Alla fine resterà il colore. Lo aveva detto lui, Franco Fontana, quasi avesse già deciso come avrebbe voluto essere ricordato quando non ci sarebbe stato più: «Ciò che rimarrà di me quando me ne andrò? Il colore». Oggi che Fontana se n’è andato davvero, a 92 anni, nella sua Modena, quelle parole fanno male. Perché sembrano un congedo scritto in anticipo. Era uno dei più grandi fotografi italiani del Novecento, l’uomo che aveva avuto il coraggio di scegliere il colore quando la fotografia d’autore parlava quasi esclusivamente in bianco e nero. E di farne non semplicemente una cifra stilistica, ma un modo di guardare il mondo. 

La carriera

Era nato a Cognento il 9 dicembre 1933 e da Modena, in fondo, non se n’era mai andato. Aveva attraversato il mondo con la macchina fotografica, portando le sue immagini nelle collezioni di oltre cinquanta musei internazionali. Più di quattrocento le mostre, settanta i libri che gli sono stati dedicati, innumerevoli i premi e i riconoscimenti ricevuti in Italia e all’estero. Il suo sguardo aveva oltrepassato presto i confini della fotografia d’arte per entrare anche nella moda, nella pubblicità e nell’editoria. Aveva firmato campagne per Fiat, Volkswagen, Ferrovie dello Stato, Sony, Volvo, Versace, Canon, Kodak, Snam e Robe di Kappa, e collaborato con grandi testate italiane e internazionali, da Vogue Usa a Vogue France e al Times, oltre che con Il Venerdì di Repubblica e Sette del Corriere della Sera. 

La sua filosofia

Eppure i numeri, per raccontare Fontana, servono fino a un certo punto. Perché prima delle centinaia di mostre, dei musei, dei libri e delle campagne pubblicitarie c’è stata un’intuizione. E quasi una ribellione. Quando negli anni Sessanta Fontana cominciò a fotografare, la fotografia che voleva essere considerata arte parlava soprattutto in bianco e nero. Il colore apparteneva alla pubblicità, alle riviste, alla fotografia considerata meno nobile. Lui scelse proprio il colore e ne fece una lingua. Non uno strumento per riprodurre fedelmente la realtà, ma il mezzo per reinventarla. «La mia fotografia non è mai stata illustrazione, ma interpretazione» - spiegava. Ed è forse la frase che meglio racconta il suo lavoro. Forse è proprio questo che rendeva Fontana un artista irripetibile: non fotografava quello che aveva davanti, fotografava quello che vedeva dentro. I campi gialli, i cieli di un azzurro impossibile, le colline trasformate in geometrie, le facciate, le strade, le ombre nette, le piscine. Davanti al suo obiettivo la realtà smetteva di essere cronaca e diventava composizione. La profondità quasi scompariva, un orizzonte poteva diventare una riga, un campo una superficie di giallo assoluto. Il colore non serviva ad abbellire il mondo: era il mondo. Fontana fotografava ciò che esisteva, ma nelle sue immagini la realtà sembrava ogni volta appena inventata. 

Gli inizi

Autodidatta, aveva cominciato a fotografare nei primi anni Sessanta. Nel 1963 partecipò alla Biennale internazionale del colore di Vienna, nel 1965 arrivò la prima personale a Torino e tre anni dopo quella nella sua Modena. Nel 1978 pubblicò Skyline, destinato a diventare uno dei libri simbolo della sua ricerca. Da allora il suo nome sarebbe entrato definitivamente nella storia della fotografia contemporanea. Eppure della tecnica parlava quasi con insofferenza. Alla domanda su quale macchina fotografica usasse amava indicare la propria testa. Per lui chiedere a un fotografo quale apparecchio utilizzasse era un po’ come chiedere a uno scrittore con quale penna scrivesse. La tecnica veniva dopo. Prima c’erano lo sguardo, l’immaginazione, la capacità di scegliere, dentro l’infinito disordine del mondo, il frammento destinato a diventare immagine. Per questo le fotografie di Franco Fontana si riconoscono ancora prima di leggerne la firma. 

Gli omaggi

Negli ultimi anni erano arrivati i grandi omaggi. La sua città gli aveva dedicato nel 2024 la mostra Modena dentro; Brescia aveva celebrato i suoi novant’anni con Colore, mentre una grande retrospettiva all’Ara Pacis di Roma aveva ripercorso più di sessant’anni della sua ricerca attraverso oltre duecento fotografie. Era il tributo a un artista che aveva contribuito a liberare il colore dal ruolo di semplice riproduzione della realtà e che, generazione dopo generazione, aveva insegnato ai fotografi che vedere non significa necessariamente guardare ciò che vedono tutti. 

Lo sguardo

Ma soprattutto Fontana aveva compiuto una delle imprese più difficili per un artista: farci vedere diversamente ciò che avevamo sempre avuto davanti agli occhi. Dopo di lui un campo non era più soltanto un campo. Un muro poteva essere rosso. Un cielo diventava una superficie blu. Una strada una diagonale. Un’ombra poteva contenere un’intera fotografia. Dopo aver visto il mondo attraverso Fontana, era difficile tornare a guardarlo come prima. Oggi Modena e l'Italia perdono uno dei loro figli più grandi. La fotografia italiana e internazionale perde uno dei suoi maestri. Ma le fotografie restano. E con loro quei gialli, quei rossi, quei verdi e quegli azzurri così saturi da sembrare più veri della realtà. Restano gli orizzonti, le ombre, le geometrie. Resta il suo sguardo, dentro centinaia di immagini nelle quali il mondo continua a essere acceso. Aveva ragione Franco: alla fine è rimasto il colore.

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29 agosto 2026 ( modifica il 29 agosto 2026 | 17:44)

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