«The Dog Stars»: il Ridley Scott apocalittico è un film che convince poco e alla fine pesca nel già visto. Dialoghi sciatti
Corriere della Sera - Cultura

«The Dog Stars»: il Ridley Scott apocalittico è un film che convince poco e alla fine pesca nel già visto. Dialoghi sciatti

Sabato 29 agosto 2026
2 visualizzazioni

Nel film girato anche in Veneto e in Friuli, il regista di «Alien» racconta un futuro post pandemico. Qualche sciatteria nei dialoghi, la mano si vede quasi solo nelle scene d'azione

Alessandro Di Battista ricoverato a Cuba: «È in gravi condizioni»

I tuoi preferiti

Salva questo articolo e leggilo quando vuoi. Il servizio è dedicato agli utenti registrati.

Non hai un account? Registrati in 1 minutoAccedi

Hai salvato un nuovo articolo

Trovi tutti gli articoli salvati nella tua area personale nella sezione preferiti e sull'app Corriere News.

«The Dog Stars»: il Ridley Scott apocalittico è un film che convince poco e alla fine pesca nel già visto. Dialoghi sciatti

di Sara D'Ascenzo

Nel film girato anche in Veneto e in Friuli, il regista di «Alien» racconta un futuro post pandemico. Qualche sciatteria nei dialoghi, la mano si vede quasi solo nelle scene d'azione

Da sinistra Jacob Elordi e Josh Brolin in «The Dog Stars» di Ridley Scott

«The Dog Stars» di Ridley Scott

Nel 2035 il mondo è un pezzo di terra dove i pochi sopravvissuti a una pandemia mondiale si contendono le zolle di terra rimaste, i bocconi di cibo che si possono rimediare qua e là. In questo deserto fisico e morale Hig (Jacob Elordi) e Bangley (Josh Brolin) sembrano aver trovato il loro equilibrio: Hig pattuglia di notte mantenendo viva la sua umanità insieme al suo cane, Bangley sorveglia il loro spazio da una torretta armato fino ai denti. Quando però col suo Cessna, un piccolo aereo che lo porta in un posto dove può rifornirsi di medicinali e bibite, Hig capta il segnale di una fantomatica stazione chiamata «Grand Junction» in lui scatta la necessità di andare a vedere cosa ci sia al di là del malfermo orizzonte. È questo lo spunto narrativo del nuovo film di un maestro come Ridley Scott, che qui però sembra non trovare il giusto equilibrio tra l'introspezione dei dialoghi - alcuni veramente forzati e banali, come quelli tra Jacob Elordi e il personaggio interpretato da Margaret Qualley, una giovane specializzanda che vive col padre in una fattoria abbandonata, altri più riusciti, come quelli tra Elordi e Brolin sul sogno americano - e le scene d'azione, ben fatte ma forse col limite di sembrare già viste. C'è del buono, soprattutto nelle scene notturne, con atmosfere alla The Walking Dead, ma c'è anche una certa pochezza di idee, soprattutto nella scena madre di «Grand Junction», una sorta di pastiche dove tutto è troppo finto per essere credibile e dove l'indice di gradimento finisce inesorabilmente all'ingiù. Non solo. A penalizzare il film è  anche il punto di partenza, quello di una pandemia, che è ancora troppo vivo e realistico per essere preso sul serio in un'opera di finzione. E per finire: è fin troppo chiaro che a Scott interessi indagare i rapporti padre/figlio o padre/figlia. Ma se nell'iterazione tra Qualley e Guy Pearce c'è pochissimo scavo psicologico e il padre finisce per essere una macchietta e la figlia troppo una buona samaritana, nell'iterazione tra Elordi e Brolin, in cui il rapporto di parentela non c'è ma è come se ci fosse, c'è uno scavo maggiore, anche se il finale è davvero troppo consolatorio per un film immerso in un post pandemia brutale.
Voto: 6,5. La mano di Scott si intuisce, ma non è sorretta da dialoghi all'altezza. 

«Couture» di Alice Wincour

Tre storie di donne nella Parigi della Fashion Week. Maxine (Angelina Jolie),  americana, arriva a Parigi con l’incarico di dirigere il video di apertura della sfilata, lasciando a casa la figlia con l'ex marito, con tutti i tormenti del caso. Il lavoro è tutto per lei, ma quando riceve una chiamata inaspettata dal suo medico le sue certezze crollano. Angèle (Ella Rumpf) è una truccatrice esperta che vorrebbe diventare una scrittrice, utilizzando le sue esperienze nel settore della moda come spunto per la sua opera, senza  grande successo. Ada (Anyier Anei) è una giovane studentessa di Farmacia del Sudan cresciuta a Nairobi che si ritrova nel mondo dell’alta moda dopo essere stata notata per strada. Le tre vite si accarezzano ma non si toccano mai veramente ed è soprattutto la storia di Angelina Jolie a colpire, anche per la coincidenza con la vita dell'attrice, che si è sottoposta a mastectomia come forma di prevenzione dovuta alla familiarità con una forma di cancro molto aggressiva. L'estetica del film è molto simile al videoclip, almeno finché non entrano in gioco la diagnosi data dal medico (Vincent Lindon) e l'ingresso di Anton (Louis Garrel) unica ancora per legarsi alla vita. Non tutto funziona nella narrazione, ma il film ha il pregio di presentare la moda non come quel giocattolo spesso rotto da gelosie e sgambetti alla Il Diavolo veste Prada, quanto piuttosto un universo di sostegno femminile, di solidarietà, con sguardo puro alle cose importanti della vita.
Voto: 6+. Film che zoppica ma si lascia guardare e ha anche qualche spunto interessante sul mondo della moda. Una prospettiva insolita resa con alcune soluzioni registiche interessanti.

Vai a tutte le notizie di Venezia Mestre

Iscriviti alla newsletter del Corriere del Veneto

29 agosto 2026

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Donna sfregiata con l'acido: il video pochi istanti prima dell'aggressione

L'esecutore materiale corre verso l'auto della vittima

L'informazione nella tua mail

Corriere del Veneto

Le news principali sul Veneto
Ogni giorno alle 12, a cura della redazione

IscrivitiLA PRIMA PAGINA DI OGGI

Condividi questo articolo