Dal maso in Val dei Mocheni al Fringe di Edimburgo, Pietro Moser porta in scena «Ce de lu»: lo spauracchio del folklore ladino
L'attore 23enne: «All’inizio soffrivo lo stereotipo del montanaro che rifiuta la metropoli: mi convincevo che Milano faceva schifo. Poi ho capito che dalle superiori volevo andarmene per costruire il mio percorso»
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Dal maso in Val dei Mocheni al Fringe di Edimburgo, Pietro Moser porta in scena «Ce de lu»: lo spauracchio del folklore ladino
di Silvia M. C. SenetteL'attore 23enne: «All’inizio soffrivo lo stereotipo del montanaro che rifiuta la metropoli: mi convincevo che Milano faceva schifo. Poi ho capito che dalle superiori volevo andarmene per costruire il mio percorso»
«Ce de lu è lo spauracchio del folklore ladino: mostro umanoide con la testa di lupo, vestito di stracci, che porta l’inverno e serve a tenere i bambini lontani dai boschi». L’autrice veneziana Annalisa Scopinich racconta così il personaggio del testo teatrale horror «Ce de lu» che ha scritto. Una pièce diretta e interpretata dall’attore trentino Pietro Moser, 23 anni. Il genere «horror di montagna» sovverte l’immagine di vette idilliache. «Oggi associamo la montagna al benessere - sottolinea Annalisa Scopinich - ma decenni fa rendeva la vita durissima. Nel testo, l’inquietudine resta aperta a molteplici letture». La pièce ha debuttato al Fringe Festival di Edimburgo. E Pietro Moser, diplomato alla Scuola Grassi di Milano, veste per la prima volta anche i panni del produttore. Già in scena con Autelli e Plini e prossimamente nella serie Hbo 500 battiti, l’attore trentino racconta sé stesso e «un lavoro che unisce il brivido scenico all’indagine sulle relazioni umane».
Pietro Moser, dopo l’Accademia di teatro, il bilancio?
«È un periodo in cui esploro i miei limiti. Al Fringe di Edimburgo siamo arrivati quasi per scommessa, tra burocrazia, prove rimediate in Trentino e serate d’ansia a volantinare. Risolvere ogni ostacolo fa amare lo spettacolo come una creatura tua. Il prossimo passo sarà l’inserimento in un circuito professionale strutturato, con maestranze retribuite».
Dalla Val dei Mocheni, com’è stato l’impatto con Milano?
«All’inizio soffrivo lo stereotipo del montanaro che rifiuta la metropoli: mi convincevo che Milano faceva schifo. Poi ho capito che dalle superiori volevo andarmene per costruire il mio percorso. Oggi mi godo Milano. Ma il maso a mille metri, sopra Mala, resta il luogo degli affetti dove ritrovare il silenzio, però la mia testa ora è altrove».
L’Accademia ha ridimensionato le sue aspettative?
«Certo. Quando arrivi dai corsi giovanili ti senti il galletto, poi capisci che ciò che pensavi sulla professione va smontato e ricostruito. È un processo faticoso, che obbliga a capire quanto si ama questo lavoro. Venendo da una realtà protetta, la periferia milanese mi ha aperto gli occhi su contesti sociali che non conoscevo, dandomi un forte senso di responsabilità verso ciò che racconto».
Tra la macchina da presa Hbo e il palco indipendente, come cambiano i linguaggi?
«Sul set industriale avverti un’alleanza muta: decine di professionisti lavorano per rendere efficaci i quaranta secondi di battuta e questo dà il coraggio di osare. In teatro la fatica è tutta sulle tue spalle: se c’è un problema con una tenda, lo gestisci tu. Ma c’è grande eleganza nel ridere delle difficoltà: salire sul palco stanchi e mostrare totale leggerezza è una sfida affascinante».
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Che scenario è l’Italia per attrici e attori giovani?
«Il teatro deve dare spazio ai giovani. E gestire questo passaggio generazionale. Negli anni si è creato un sottobosco artistico fertile dove un giovane può vivere di questo anche senza essere un genio. Il testimone verrà passato per forza: la responsabilità dei vertici è stabilire come accadrà».
Cosa serve per un reale ricambio generazionale?
«Il coraggio di prendersi gli spazi senza aspettare che vengano concessi. I giovani hanno voglia di teatro, ma servono storie in cui possano rispecchiarsi, dobbiamo padroneggiare tutti i linguaggi, dal cinema ai social, senza snobismo. Il teatro deve tornare a essere un atto politico e un luogo di riflessione critica».
Che clima c’è nella vostra compagnia teatrale?
«Anche se ci muoviamo con una modalità da guerriglia, durante le prove e le residenze ho respirato grandissima professionalità. Sono circondato da giovanissimi professionisti eccellenti: non abbiamo alcuna carenza se non la mancanza di esperienza, ma l’orientamento mentale verso il lavoro c’è tutto. Sono soddisfatto e grato».
Com’è la sua vita di tutti i giorni?
«Amo godermi la vita. Vado ad arrampicare con gli amici, anche se sono la schiappa fifona che chiede di scendere. E faccio a maglia: me lo hanno insegnato mia madre e mia sorella, usando la lana delle nostre pecore. Sferruzzare mi libera la testa prima di andare in scena, spegne i pensieri e mi porta nel presente».
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28 agosto 2026 ( modifica il 28 agosto 2026 | 19:03)
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