La guerra in Ucraina e il piano inclinato
Corriere della Sera - Cultura

La guerra in Ucraina e il piano inclinato

Venerdì 28 agosto 2026
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Certezze etiche e politiche non scalfite, però dobbiamo capire quali conseguenze avrà la gestione europea del conflitto

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La guerra in Ucraina e il piano inclinato

Massimo Nava | 28 agosto 2026

Certezze etiche e politiche non scalfite, però dobbiamo capire quali conseguenze avrà la gestione europea del conflitto

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Dunque siamo in guerra con la Russia? Meglio chiederselo, almeno sottovoce, prima che la politica europea e le politiche dei governi nazionali coinvolti prendano atto del piano inclinato in cui ci siamo messi verso le scontro totale. Scontro che non dipende soltanto, come ovvio, da un’eventuale reazione o minaccia russa, per cui il capo della CIA è volato a Mosca a quanto pare con il preciso scopo di scongiurare un possibile attacco a Paesi Nato. Scontro che dipende anche dalla posizione assunta dalla leadership europea che ha ormai decisamente oltrepassato l’ambito del sostegno morale e finanziario dell’Ucraina, l’invio di armamenti difensivi e il supporto logistico sotto traccia, quello per intendersi in cui operano contractors, volontari e servizi.

Se i «volenterosi» (Gran Bretagna e Francia in testa) si spingono all’invio di missili, se sta nascendo una sorta di partnership produttiva di droni, se il presidente Zelensky è ospite fisso ai vertici europei in cui si discute appunto di sanzioni, armamenti e strategie anti russe, che cosa manca all’ufficialità di una dichiarazione di guerra? Ce lo chiediamo, non perché sia auspicabile o perché non sia possibile ancora sperare in un rinsavimento dei belligeranti e nell’apertura di canali diplomatici. Ce lo chiediamo di fronte appunto all’evidenza del piano inclinato su cui si sono spinte le leadership europee, peraltro con scarso sostegno dei cittadini, se diamo credito ai sondaggi che portano sempre più in alto i populisti di destra e di sinistra, contrari alle spese militari e al sostegno incondizionato all’Ucraina. Siamo dentro un curioso corto circuito in cui i fatti (armamenti, soldi, sanzioni etc) sono conclamati e le parole (guerra, difesa, attacco) restano invece nel vago, per non correre il rischio che i fatti avverino le profezie. Per la Storia, una situazione simile ricorda il primo conflitto mondiale, che nessuno voleva e che scoppio per un tragico «incidente» a Sarajevo.

Porsi queste domande non significa, ben inteso, che non siano più valide le molte ragioni, sopratutto etiche, per sostenere l’Ucraina, Paese aggredito e invaso in palese violazione del diritto internazionale. Così come sono sempre valide anche le ragioni politiche, dato che l’Ucraina, da aggredita, si è progressivamente trasformata in un baluardo difensivo di un’Europa obbligata a potenziare il proprio apparato militare in conseguenza delle minacce russe e del disimpegno americano nella Nato.
Dall’inizio del conflitto, ragioni etiche e ragioni politiche si sono peraltro intrecciate in una narrazione univoca e senza riserve, salvo quelle espresse da alcune voci critiche, zittite o bollate come filo russe.

Nel quinto anno di guerra, le ragioni etiche e le ragioni politiche sono inoltre rafforzate dalla convinzione che l’Ucraina possa addirittura vincere, non solo per il sostegno militare che riceve ma anche per la straordinario progresso tecnologico delle sue forze armate. E questa convinzione ha spinto gli europei ad intensificare ulteriormente il sostegno all’Ucraina, con forniture dirette di missili e produzione di droni che rappresentano il primo passo verso una sorta di integrazione militare di Kiev nel sistema difensivo della Ue.
Questo quadro di certezze etiche e politiche che accomuna le leadership europee impedisce di valutare l’effettiva portata e credibilità delle minacce russe, di provare ancora a riflettere sulla genesi di un conflitto di natura nazionalistica cominciato nel 2012 (e non nel 2022), di ricordare ancora una volta che anche la Russia si è sentita minacciata dall’espansionismo della Nato. Al punto in cui si è giunti, c’è poco spazio per la Storia e la Memoria, mentre sembra ridursi quello della diplomazia, nonostante gli sforzi del Vaticano e le vaghe e contraddittorie mosse di Washington.

Se le certezze etiche e politiche non sono scalfite, è dunque urgente interrogarsi sugli scenari futuri, ossia sulle conseguenze dell’attuale gestione del conflitto da parte dei governi europei. La prima, più evidente, è il progressivo azzeramento, almeno per una generazione, delle relazioni con la Russia, a tutti gli effetti il primo nemico dell’Europa. La seconda è una sorta di integrazione dell’Ucraina nell’apparato difensivo europeo e in un prossimo futuro nella UE. La terza discende dalla combinazione delle prime due, ossia il coinvolgimento diretto di Paesi europei nel conflitto. Ad un certo punto, ormai molto vicino, non sarà più possibile definirsi soltanto «volenterosi», inviare missili e droni e continuare a non considerarsi attori partecipi della guerra.
Il Cremlino lo ha già fatto capire con dichiarazioni ufficiali che non possono essere considerate soltanto propaganda di regime. Meglio quindi prenderne atto e prepararsi al peggio.
(mnava@corriere.it)

28 agosto 2026

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