Nel «processo» al woke manca la voce delle donne
Parlano soprattutto uomini che vi si sono opposti e intellettuali o politici che fino a ieri ne adottavano i principi
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Nel «processo» al woke manca la voce delle donne
Monica Ricci Sargentini | 28 agosto 2026Parlano soprattutto uomini che vi si sono opposti e intellettuali o politici che fino a ieri ne adottavano i principi
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C’è una curiosa assenza nel processo italiano al woke: mancano le testimoni. Parlano soprattutto uomini che vi si sono opposti e intellettuali o politici che fino a ieri ne adottavano i principi.
Restano fuori le femministe della differenza che per prime avevano denunciato il «no debate», la cancellazione del sesso e della parola donna. Bollate come Terf, escluse, isolate. Sui social Shinigami Eyes segna tuttora Radfem Italia in rosso: una lettera scarlatta digitale.
A Bologna è saltata la presentazione di «Donna si nasce (e qualche volta si diventa)» di Adriana Cavarero e Olivia Guaraldo, accusato di non essere «trans-inclusivo».
Anna Paola Concia, tacciata di transfobia, ha raccontato di aver taciuto per paura «dei miei compagni». Arcilesbica fu sfrattata dal Cassero e dovette lasciare l’Arci. Nel 2020 le firmatarie di «In Radice per l’inviolabilità del corpo femminile» avevano già denunciato questa deriva. Eppure ora a queste donne non viene chiesto nulla. Peggio. Nel calderone dello schwa, degli asterischi e delle «persone gestanti» viene gettata la declinazione al femminile delle professioni. Ma sono battaglie opposte.
Abbiamo combattuto a mani nude per essere nominate: ministra, sindaca, avvocata, chirurga. Il maschile sovraesteso nascondeva le donne proprio mentre conquistavano luoghi di autorità. Ad ottobre un congresso nazionale di ostetricia ospiterà la sessione «Se a partorire non è una madre», un’altra parola diventata impronunciabile. Abbiamo dovuto ripetere l’ovvio: una donna è una femmina umana adulta. Adesso ci spiegano che nominarci al femminile sarebbe woke!
Vale la pena ricordare che la Crusca raccomanda un uso «largo e senza esitazioni» dei nomi di cariche e professioni al femminile e respinge schwa e asterischi nella lingua istituzionale. E neppure il salario e il nome sono beni concorrenti: una lavoratrice sottopagata ha diritto all’uno e all’altro.
Chi celebra il funerale del woke è in anticipo: non è affatto finito. E c’è ancora da combattere perché le donne non vengano cancellate.
28 agosto 2026
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