«A Napoli spesso mi scambiano per un vucumprà, ma io vendo poesie, le mie». La storia di Umeed Alì, scrittore pakistano da 5 anni in città
«Sono venuto in Italia perché nel mio paese oggi come allora il futuro dei giovani è incerto; la ricchezza c’è ma è nelle mani di pochi»
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«A Napoli spesso mi scambiano per un vucumprà, ma io vendo poesie, le mie». La storia di Umeed Alì, scrittore pakistano da 5 anni in città
di Francesco Parrella«Sono venuto in Italia perché nel mio paese oggi come allora il futuro dei giovani è incerto; la ricchezza c’è ma è nelle mani di pochi»
Gli avventori del centro storico di Napoli hanno iniziato a conoscerlo da alcuni anni, mentre gira tra i tavoli dei localini all'aperto col suo abito tradizionale bianco, il volto scavato, lo sguardo malinconico, l’andatura lenta, non per vendere rose, accendini o ventagli, ma libri di poesie: le sue.
Ha scritto due libretti anche in italiano, sebbene la maggior parte della sua produzione è in lingua urdu o punjabi. Umeed Alì è arrivato in Italia una quarantina di anni fa da Khushab, una piccola cittadina del Pakistan. Da cinque vive a Napoli. Racconta di essere diventato molto conosciuto nella sua città, non lontana da Lahore o da Amritsar in India, dopo aver scritto un poema nel 1989 in onore dell’ex premier pakistano Zulfikar Alì Bhutto, ucciso 10 anni prima dai militari del regime.
«Sono venuto in Italia – dice - perché nel mio paese oggi come allora il futuro dei giovani è incerto; la ricchezza c’è ma è nelle mani di pochi». Prima di arrivare a Napoli vive a Roma, Venezia, Perugia; qui Alì frequenta per qualche anno l’Università per Stranieri dove impara abbastanza bene l’italiano. «Non è stato facile – confessa – perché è una lingua molto difficile, soprattutto la grammatica». Nel 1995 pubblica il primo dei due libri di poesie in italiano, grazie ad un contributo ottenuto dall’Università La Sapienza.
A Perugia pubblica una seconda raccolta, «Bilancio interiore», libro tradotto anche in inglese; ad aiutarlo questa volta è il Comune e il presidente del Perugia Calcio, Luciano Gaucci. «In quegli anni – ricorda felice – sono riuscito a guadagnare un pò di soldi con la poesia».
Una vita non facile quella del poeta oggi 65 enne, che ha scelto di vivere con la propria arte, spesso difficile da monetizzare, con cui prova a mantenere anche la famiglia, moglie e quattro figli, rimasti in Pakistan. «Se dovessi rinascere e parliamo di nutrire il corpo, preferirei essere un bravo operaio. Ma se parliamo di nutrire lo spirito, beh allora preferisco quello che ho fatto». Una delle sue poesie recita così: «Sto svendendo la mia vita |in una società triste| dove il sole non ha colore | i fiori non hanno odore | e la gente non ha cuore |non ha tempo di guardare | non ha tempo di ascoltare | ciò che voglio domandare: come posso esternare il mio dolore in un’aria di egoismo che fa troppo rumore?».
Lui però aggiunge: «Nella vita di tutti i giorni non mi lamento mai, perché ho conosciuto tante persone che soffrono più di me». Poi parla del suo arrivo a Napoli. «Ero venuto a presentare un mio libro ma in città ho avuto un problema al cuore. Sono rimasto due settimane al Cardarelli, e qui sono rinato. Così ho deciso di restare, anche perché ogni tanto a Napoli mi capita di trovare "qualche diamante nella sabbia”. Questa città mi ha dato tanto - continua -, a volte più di quello che merito, ma non posso nascondere di avvertire quotidianamente, non razzismo, ma un certo pregiudizio nelle persone si, che il più delle volte mi scambia per un vucumprà. Tuttavia è qui che Alì vuole restare a vivere, («Tornerò in Pakistan quando si avvicinerà la morte»), nonostante «in questa città - dice - non ho avuto mai un tetto». Attualmente vive in subaffitto da alcuni conoscenti, in una stanza che definisce «una “gabbia” vicino piazza Garibaldi».
Durante la conversazione Alì ricorda poi le soddisfazioni che anche a Napoli non sono mancate. «Per tre volte ho potuto leggere le mie poesie al teatro Bellini. Alcuni miei versi sono stati inseriti in delle tesi di laurea da studenti dell’Accademia di Belle Arti. E tante sono anche le belle esperienze che ho fatto - ricorda -. Come quando a piazza Bellini anni fa ho conosciuto l’attuale governatore della Campania Roberto Fico, che allora era presidente della Camera. Si trovava in compagnia dell’ex premier Giuseppe Conte. Abbiamo parlato per 5 minuti. Di cosa? Di poesia. Spero un giorno di poterlo incontrare a Palazzo Santa Lucia, vorrei regalargli un mio libro». Negli anni trascorsi in Italia tanti i politici che Alì ricorda di aver incontrato, da Giuliano Amato a Gianfranco Fini. «Entrambi mi promisero che avrebbero acquistato copie dei miei libri, ma non è mai accaduto. Ho regalato una copia anche a Silvio Berlusconi. Mi trovavo in Sardegna, dove in estate andavo a vendere i miei libri sulle spiagge; lo incontrai in un locale vicino alla sua residenza di Villa Certosa. Accettò volentieri il mio dono, nonostante le diffidenze della sua scorta, ma anche in quel caso non ricevetti nessun aiuto economico, magari chissà fossi stato una donna sarebbe andata diversamente…», sorride con malizia.
Nel fare un bilancio della sua vita il poeta preferisce tuttavia guardare il bicchiere mezzo pieno. «Non c’è un giornale che in questi anni non abbia parlato di me, e con la mia vendita diretta almeno 10 mila italiani hanno letto le mie poesie - rivendica con una punta di orgoglio -. C'è da dire però che se venti anni fa, quando si leggeva di più, riuscivo a vendere anche venti copie al giorno, oggi mi fermo a 4-5. Ma non mi arrendo - incalza -, anche se ho capito che in Italia fare poesia è come vendere specchi in un paese di ciechi». Prima di terminare l’intervista Alì da navigato venditore delle sue poesie qual è, chiede di citare la sua e-mail (umeedpoeta@libero.it), «nel caso qualche lettore voglia acquistare un mio libro. Non c’è paura che finiscano – assicura -, in due-tre giorni l’editore mi fa arrivare le copie che servono».
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28 agosto 2026 ( modifica il 28 agosto 2026 | 15:08)
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