La democrazia genera la sua negazione
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La democrazia genera la sua negazione
di Fortunato CerlinoNel 2005, nell’ambito della rassegna Nuove Sensibilità – Il teatro si apre alla città, misi in scena alla Sala Assoli di Napoli uno spettacolo tratto dal racconto Il duello di Anton Cechov. Di quella messinscena curai la riduzione drammaturgica e l’adattamento, oltre alla regia.
A più di vent’anni di distanza mi tornano in mente le provocazioni e le domande che Cechov, con la sua consueta capacità di osservare gli esseri umani senza mai assolverli né condannarli definitivamente, affidava ai suoi personaggi.
Il duello racconta il conflitto tra due uomini radicalmente diversi. Ivan Laevskij è un intellettuale progressista inquieto e contraddittorio. Ha lasciato Pietroburgo per trasferirsi nel Caucaso convinto di poter ricominciare altrove una nuova vita, ma finisce presto per precipitare nel baratro della sua debolezza, accumulando giorno dopo giorno menzogne, fallimenti e debiti. Le sue grandi idee sul futuro si trasformano in un balbettio nevrotico, frammentario e confuso.
Nikolaj von Koren è invece uno zoologo. Un uomo rigoroso, disciplinato, convinto che le leggi della natura possano offrire una chiave di lettura inequivocabile per comprendere l’animo umano e la società. Ritiene le idee di Laevskij frutto di illusione e di una profonda mancanza di senso della realtà.
Ai suoi occhi, si tratta di un individuo pericoloso che solo grazie alla tolleranza della società può continuare a prosperare e contagiare gli altri. La libertà concessa indiscriminatamente agli uomini finisce così, secondo lo zoologo, per proteggere anche coloro che contribuiscono a distruggerla.
Von Koren è convinto che il problema derivi dal non adottare anche per la società umana un rigoroso criterio di selezione, e che una certa cultura che si pretende progressista, fondata su una concezione astratta della libertà e della tolleranza, finisca per indebolire la società anziché migliorarla.
È qui che la provocazione di Cechov, a più di centotrent’anni di distanza, diventa terribilmente contemporanea e destabilizzante. Il suo zoologo non è un esaltato. Il suo pensiero non è privo di lucidità e proprio per questo conduce a conclusioni inquietanti: pur di non lasciare la società nelle mani degli inetti, arriva a considerare la coercizione e persino l’eliminazione degli individui che ritiene nocivi come strumenti di difesa della comunità.
All’epoca, lavorando al testo, ero istintivamente dalla parte di Laevskij. Per mia natura e formazione considero l’essere umano una creatura in evoluzione sulla via del risveglio. Pur non perdendo mai uno sguardo realistico sulla storia, coltivo un sotterraneo ottimismo sul nostro destino, nonostante le tragiche — per usare un eufemismo — e talvolta catastrofiche cadute di cui siamo capaci. Nonostante i crimini inauditi che continuiamo a commettere contro altri esseri umani e contro il pianeta che abitiamo.
Eppure, alla luce della storia contemporanea, le parole e i ragionamenti di Von Koren tornano a mettermi in crisi.
Che cosa accade a una società libera quando la maggioranza del popolo attraversa un periodo di declino morale e culturale? Quali leader esprimerà questa maggioranza di uomini e donne impauriti e disinformati? Quanto può essere facile per questi leader, una volta al potere, trasformare il rancore in identità e la violenza in soluzione?
Nel confronto con Laevskij, Von Koren invita a riflettere sul fatto che la libertà non trasforma automaticamente chi la riceve. Parla di uomini abituati per generazioni alla paura della forza e alla sottomissione che, una volta introdotti in uno Stato libero, non per questo si emancipano dalla loro natura servile. La libertà, dunque, non contiene in sé la garanzia che chi la riceve sappia utilizzarla per il bene comune. Arriva ad affermare che uomini di questo tipo costituiscono addirittura «tre quarti della società».
Resto profondamente e convintamente democratico. Proprio per questo credo che dobbiamo avere il coraggio di comprendere che il modo più efficace per distruggere una democrazia potrebbe non essere abolirla, ma lasciarla formalmente intatta e svuotarla lentamente dall’interno.
Non occorre bruciare i libri, basta fare in modo che nessuno senta più il bisogno di leggerli. Non occorre chiudere le scuole, basta impoverirle, delegittimare gli insegnanti, sottrarre risorse alla formazione. Non occorre vietare il pensiero, basta sommergerlo sotto una quantità sterminata di slogan, menzogne, propaganda e intrattenimento. Non occorre impedire ai cittadini di votare, basta renderli abbastanza fragili, arrabbiati e disinformati perché, convinti di esercitare liberamente il proprio diritto, finiscano per mettere nelle mani sbagliate il proprio destino.
E mentre si sottraggono biblioteche, scuole, teatri, parchi, luoghi di incontro e possibilità di riscatto, si può contemporaneamente alimentare una cultura della sopraffazione, convincendo ciascuno che il proprio vicino sia il nemico, il pericolo, e che difendere la propria libertà significhi sopraffare e distruggere quel nemico.
Ecco il paradosso: una democrazia può generare democraticamente le condizioni della propria negazione.
Guardando oggi ciò che accade in alcune delle più importanti democrazie occidentali, dagli Stati Uniti a Israele, osservando la crescente pressione sulle istituzioni di garanzia, sulla magistratura, sull’informazione, sulle università, sul dissenso e persino sul significato delle parole, sembrerebbe che l’istituzione democratica sia davvero sotto attacco dall’interno.
Sarebbe falso e soprattutto pericoloso sostenere che siamo già al punto di non ritorno, ma quasi senza accorgercene, continuando a votare, ad avere parlamenti, televisioni, giornali e tribunali, le nostre società democratiche rischiano lentamente di abdicare ai propri valori fondativi.
La proverbiale ironia cechoviana finisce per trasformarsi quasi in sarcasmo quando pensiamo che quel monito fosse stato lanciato, più di centotrent’anni fa, proprio da un russo.
Il duello ci ricorda che la democrazia non è un bene che si eredita una volta per tutte. Non è soltanto una Costituzione, un Parlamento, delle elezioni e una scheda infilata in un’urna. Quelli sono gli strumenti di cui dispone. La democrazia è una forma di civiltà che esiste davvero soltanto se esiste un popolo capace di comprenderne il valore ed esercitarla consapevolmente.
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