Addio a Vincenzo Vitiello, la voce di un «pensiero forte»
Corriere della Sera - Cultura

Addio a Vincenzo Vitiello, la voce di un «pensiero forte»

Venerdì 28 agosto 2026
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La scomparsa a 91 anni del filosofo (e «teologo inquieto»), fedele a un metodo cui si è sempre attenuto: volare alto

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Addio a Vincenzo Vitiello, la voce di un «pensiero forte»

di Vincenzo Trione

La scomparsa a 91 anni del filosofo (e «teologo inquieto»), fedele a un metodo cui si è sempre attenuto: volare alto

Enzo c’è sempre stato, nel mio paesaggio familiare. Tra gli amici più cari di mio padre (diversi ma segretamente complementari), pur se da lontano, ha accompagnato tanti momenti della mia vita. Negli anni dell’adolescenza, ricordo, a casa dei miei genitori, lunghe discussioni sulla filosofia, sulla poesia, sull’arte e sulla politica. Meditazioni accese e divaganti che, poi, hanno agito come rumore di fondo in tante mie riflessioni successive. A lungo, l’ho quasi temuto (ogni tanto, quando ero studente liceale, mi provocava su declinazioni e su coniugazioni greche e latine). Enzo c’è stato quando mi sono laureato, quando ho pubblicato il mio primo libro. Mi colpivano la sua austerità, la sua severità, la sua intransigenza morale, le sue affermazioni nette, apodittiche, senza sfumature. Che, tuttavia, lasciavano intravedere ansie, ferite, ma anche intime delicatezze e fragilità d’animo.
In seguito, ho iniziato a conoscere anche il filosofo e il teologo inquieto, fedele a un metodo cui si è sempre attenuto: nelle conversazioni private, nelle tavole rotonde con i suoi allievi (alcuni ortodossi, altri felicemente eretici), nelle lezioni universitarie (all’Università di Salerno, al San Raffaele di Milano), nei seminari (tenuti in giro per il mondo), nei tanti libri, concepiti come parti di un discorso teoretico unico e coerente. Un metodo fondato su alcuni passaggi. Innanzitutto, volare alto: misurarsi con un classico della filosofia, della letteratura, dell’arte (tra i suoi autori, Vico, Hegel, Heidegger, Celan); o scegliere qualche concetto assoluto (il tempo, lo spazio); o anche affrontare alcune questioni decisive (Dio, il cristianesimo) o con problemi epocali (l’Occidente, l’Europa). Poi, avviare un corpo a corpo con quei diversi oggetti di studio, sottraendosi alle liturgie dello storicismo e dell’ermeneutica. Proponendo ipotesi di lettura originali, ardite, addirittura scandalose, che avevano il merito di decostruire interpretazioni consolidate, portandosi al di là di modelli e di approcci stancamente accademici.
Al di là degli argomenti trattati, con ostinata coerenza teorica e con rara autonomia critica, voce di un «pensiero forte», Enzo non ha mai rinunciato all’idea della ricerca come sfida, come dubbio, come ascolto, come interrogazione, come confronto insicuro, come problema aperto. Esito di questa tensione è Topologia del moderno (1992), il suo libro più importante. Un trattato che rappresenta il centro di un sistema filosofico complesso. Una macchina rabdomantica, densa di assonanze implicite con la «scienza senza nome» perseguita a Aby Warburg. L’obiettivo: disarticolare le tranquille certezze storiciste; lasciar affiorare un’«alterità» impossibile da ricondurre dentro la gabbia delle cronologie, della dialettica, della logica; mettere in dubbio l’ordinamento lineare degli eventi; infine, delineare un’inedita topologia della modernità, in cui convergano diverse ed eterogenee fasi della storia, simili ai rivoli che alimentano un fiume. Come un labirinto fatto di scale e di corridoi, che possono essere attraversati in ogni direzione. Nulla è inedito, nulla sorprende. Tutto è già stato. Variano solo i rapporti. Nella clessidra del tempo, non conta ciò che è nuovo, ma il «differente». Quell’«identico a se stesso» che si mostra in un interminabile e mutevole gioco di variazioni e di riverberi.
Oggi posso dire che quella postura intellettuale, insieme con gli echi di tante discussioni «subite» da ragazzo, abbiano contributo a orientare il mio lavoro di storico e critico d’arte, di cui Enzo è stato tra i più attenti e affettuosi testimoni e interlocutori. Ho sempre atteso con un misto di curiosità e di ansia i suoi giudizi sui miei libri. Dopo qualche mese arrivavano lettere o mail, in cui condivideva impressioni e considerazioni, frutto di letture approfondite. Non era mai indulgente; non lesinava le critiche. Aveva la capacità di cogliere lati inattesi e aspetti inevidenti. Lo aveva un po’ disorientato la mia scelta di uscire dal bunker della terza persona (cara agli accademici), per scrivere in prima persona. Gli ultimi lavori avevano suscitato il suo entusiasmo (un dono, per me).
Nel 2015, avevo accolto con gioia il suo invito a presentare L’immagine infranta . In quell’occasione, si erano un po’ invertite le parti. Avevo scelto di manifestare dubbi, perplessità. Quella volta ero stato io a sollevare rilievi sulle sue pagine dedicate a Fontana e a Pollock. Vi avevo colto i limiti che si ritrovano in tanti libri sull’arte scritti dai filosofi, che tendono a considerare le opere solo come prove luminose per dimostrare teorie astratte, incuranti del «proprio» di un determinato dipinto (la sua «storicità», le sue proprietà tecniche e materiche). Enzo aveva reagito con generosa complicità. In fondo, non voleva essere celebrato né trattato con timoroso rispetto. Gli piaceva essere provocato. Aveva un culto per l’eterodossia del cuore.
A fine marzo, ho ricevuto una sua telefonata (l’ultima). Ero in viaggio. Il cellulare prendeva male. Dall’altro capo del telefono ho sentito una voce meno solenne e teatrale del solito. Il tono era tenue, quasi sussurrato. Senza nascondere la commozione, Enzo mi ha parlato del mio Rifare il mondo . Nelle sue parole spezzate, ho sentito profondità, acume, ma soprattutto orgoglio e affetto. Prima che cadesse la linea, gli ho detto: «Voglio venirti a trovare. Ci tengo». E lui: «Ti aspetto, vieni, sono sempre qui». Nel salutarlo ora, provo il grande dolore per non aver mantenuto quella promessa.
Ciao, Enzo. Con te, un pezzo di vita va via. Che la terra ti sia lieve.

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