Il vergognoso «buco» nell'acqua
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Il vergognoso «buco» nell'acqua

Giovedì 27 agosto 2026
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Crisi idrica: siamo il Paese che meno si può lamentare per la siccità: il vero problema è la dispersione di quel bene prezioso

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Il vergognoso «buco» nell'acqua

Chicco Testa e Erasmo De Angelis | 27 agosto 2026

Crisi idrica: siamo il Paese che meno si può lamentare per la siccità: il vero problema è la dispersione di quel bene prezioso

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Sì, l’Italia è finita dentro l’ennesima crisi idrica anche in questa caldissima estate 2026 con criticità segnalate un po’ ovunque e con livelli di severità idrica alta, cioè il massimo della scala delle emergenze nazionali. I nostri fiumi, al pari dei corsi d’acqua europei, hanno registrato due mesi di minimi storici. Ma ogni volta siamo colti di sorpresa come se fosse la prima grave siccità, mentre invece se nel Novecento sono state in totale dieci le annate in carenza o assenza di piogge in certi periodi dell’anno, dal Duemila siamo già a dieci gravi crisi in soli ventisei anni.

Ma quanto costa la siccità allo Stato? Solo dal 2000 ad oggi, escluso questo 2026, siamo oltre i trenta miliardi di euro per gestire le emergenze, per risarcire perdite economiche in agricoltura e in altri settori e per interventi della Protezione Civile.
Eppure, se c’è un Paese baciato dalla fortuna dell’acqua abbondante, questo è l’Italia. Come scritto in due successivi rapporti di Proger, che ha studiato il problema a fondo, abbiamo una media record di precipitazioni pari a circa 305 miliardi di metri cubi ogni anno negli ultimi dieci anni, e una media storica secolare di ben 297 miliardi di metri cubi all’anno, pur se con andamenti temporali e con differenze territoriali di non poco conto. 

Fra i 27 Paesi dell’Unione Europea siamo dietro solo a Croazia, Irlanda, Austria e Slovenia. L’area metropolitana di Milano è la più piovosa d’Europa con 1.162 ml all’anno di precipitazioni. Persino Napoli è a 1.008 ml, Torino a 914, Roma a 837, stabilmente sopra le medie di capitali europee che consideriamo le più piovose, come Parigi a 720, Londra a 690, e Berlino a 669, quasi in linea con la Palermo che si racconta assetata, ma che ha una media di precipitazioni di 615 ml. Siamo la Penisola dell’acqua con circa 75.000 sorgenti, 7.611 corsi d’acqua di cui 1.242 sono fiumi, 369 laghi e 15.995 piccoli laghi, 531 grandi dighe e 26.288 piccole dighe, 1.053 falde idriche che sono perenni serbatoi di acqua purissima. Per tutti i nostri utilizzi preleviamo in media 36 miliardi di metri cubi all’anno di acqua, per utilizzarne 28 miliardi — 51% agricoltura, 21% industria, 20% civile, 5% energia e 3% zootecnia — e abbiamo già un primo quadro di perdite e sprechi.

Il dato oggettivo è che ogni crisi idrica svela invece la crisi delle infrastrutture idriche, un gap indegno per l’epica storia nazionale di inventori di acquedotti e altre infrastrutture per gestire le acque sin dai tempi degli antichi romani.
Il vero problema italiano è decisamente strutturale perché l’acqua che avremmo a disposizione, dieci volte di più di quella che consumiamo, non riusciamo né a conservarla né di conseguenza a distribuirla soprattutto in fasi di emergenza. La crisi idrica italiana non è crisi di mancanza d’ acqua, ma è crisi di infrastrutture per accumuli, reti, riuso e buona gestione della risorsa soprattutto in tempi di cambiamento climatico. E il paradosso italiano è proprio questo: per la risorsa fondamentale per la nostra vita mancano nuove infrastrutture per accumularla e distribuirla, sistemi tecnologici per gestirla, governance nazionali con relativi piani di investimenti. Persino in Sicilia, che si fa raccontare come un avamposto africano, precipitano ogni anno in media circa 25 miliardi di metri cubi di acqua, e il fabbisogno regionale annuo per tutti gli usi è indicato dalla Regione ad appena 1,7 miliardi metri cubi. Ma tanti paesi e città si «alimentano» con le autobotti!

Cosa serve per tutelare la risorsa e superare fasi di scarse precipitazioni e dure siccità? Affrontare prima possibile i nostri nodi critici innanzitutto con maggiori stoccaggi di acqua e il ripristino delle capacità delle nostre grandi dighe, avviando operazioni di pulizia dei fondali e lanciando un piano per almeno nuovi 5 mila piccoli invasi. È possibile recuperare almeno altri dieci miliardi di metri cubi di acqua da stoccare contro le crisi. Il secondo nodo è ridurre il nostro inaccettabile record di perdite e dispersioni. Essere molto ricchi di risorsa, ma strutturalmente poveri soprattutto al Sud di infrastrutture e sistemi tecnologici per gestirla nelle fasi critiche, è un paradosso da eliminare.

Il terzo nodo è il ritorno degli investimenti per l’acqua in legge di bilancio dello Stato dalla quale sono stati sostanzialmente espulsi dopo la legge Galli trent’anni fa. Le infrastrutture idriche hanno la stessa dignità degli investimenti pubblici nei servizi a rete stradali e autostradali, ferroviari, energetici e digitali. La rimozione delle infrastrutture per l’acqua dai bilanci pubblici si riflette nelle misere percentuali di spesa inserite nel PNRR, tra l’1% e il 2%, poche gocce, appena 4,38 miliardi. Un clamoroso buco nell’acqua. Sarebbe un bel segnale di svolta investire nei sistemi idrici nazionali a rete, nelle nuove reti di distribuzione, nei sistemi di desalinizzazione, nel riuso delle acque depurate, garantendo la piena disponibilità di una risorsa vitale. Non diamo la colpa al caldo per le nostre responsabilità.

27 agosto 2026

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