Le piattaforme che decidono cosa dobbiamo vedere
Corriere della Sera - Cultura

Le piattaforme che decidono cosa dobbiamo vedere

Giovedì 27 agosto 2026
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Miliardi di dollari per chiudere il contenzioso tra Meta e gli Stati americani sulle conseguenze dell’utilizzo di Facebook e Instagram da parte dei minori. Però il tema da sviscerare non sono i contenuti bensì l'architettura... E le regole devono stabilirle i parlamenti, non le aule di tribunale

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Le piattaforme che decidono cosa dobbiamo vedere

Oreste Pollicino | 27 agosto 2026

Miliardi di dollari per chiudere il contenzioso tra Meta e gli Stati americani sulle conseguenze dell’utilizzo di Facebook e Instagram da parte dei minori. Però il tema da sviscerare non sono i contenuti bensì l'architettura... E le regole devono stabilirle i parlamenti, non le aule di tribunale

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La cifra è inevitabilmente destinata a conquistare i titoli: miliardi di dollari per chiudere il contenzioso tra Meta e una vasta coalizione di Stati americani sulle conseguenze dell’utilizzo di Facebook e Instagram da parte dei minori. Eppure è probabilmente la parte meno interessante della vicenda. Il punto vero è un altro. Per comprendere ciò che sta accadendo bisogna spostare lo sguardo dalla responsabilità per i contenuti alla responsabilità per l’architettura.

Meta non ha ammesso responsabilità e il processo non arriverà, almeno per questa parte del contenzioso, a una decisione di merito capace di stabilire definitivamente il rapporto tra progettazione delle piattaforme, uso compulsivo e danno ai minori. È una distinzione essenziale. Sarebbe quindi sbagliato trasformare un accordo giudiziario nella certificazione di una responsabilità che il giudice non ha accertato. Ma sarebbe altrettanto sbagliato fermarsi qui.
Perché ciò che Meta accetta di modificare riguarda il cuore stesso del funzionamento dei social network: limiti temporali all’utilizzo da parte degli adolescenti, blocco notturno, riduzione delle notifiche durante l’orario scolastico, maggiore controllo dei genitori, rafforzamento dei sistemi di verifica dell’età, limitazione della visibilità delle reazioni e possibilità di accedere a un feed non personalizzato.

Sono elementi apparentemente tecnici. In realtà contengono una questione costituzionale molto più profonda.
Per quasi vent’anni abbiamo discusso delle piattaforme digitali soprattutto chiedendoci quali contenuti dovessero rimuovere, quali potessero raccomandare, dove terminasse la libertà di espressione e dove iniziasse la responsabilità dell’intermediario. Ora emerge con sempre maggiore chiarezza un livello precedente: prima ancora di decidere che cosa vediamo, le piattaforme decidono in quale ambiente cognitivo lo vediamo.

La notifica che richiama continuamente l’utente, lo scorrimento infinito, la successione algoritmica dei contenuti, la quantificazione pubblica dell’approvazione attraverso like e reazioni non sono semplicemente caratteristiche neutrali di un prodotto. Sono scelte progettuali. E quando il destinatario è un minore la loro qualificazione giuridica cambia inevitabilmente.
Qui sta il salto di paradigma. La questione non è stabilire se il diritto debba proteggere i ragazzi da Internet. Un paternalismo digitale generalizzato sarebbe non soltanto irrealistico, ma incompatibile con la progressiva autonomia del minore e con il suo diritto di partecipare pienamente alla società digitale. 
La domanda è diversa: fino a che punto è legittimo costruire un ambiente digitale nel quale l’interesse economico a massimizzare l’engagement può entrare strutturalmente in tensione con l’interesse del minore a non essere continuamente sollecitato a restare connesso?

È una domanda che l’Europa, almeno sul piano normativo, ha già cominciato a formulare. Il Digital Services Act richiede alle piattaforme accessibili ai minori un livello elevato di privacy, sicurezza e protezione. E gli orientamenti europei sulla tutela dei minori hanno fatto un passo ulteriore, indicando espressamente tra i rischi da fronteggiare anche il design capace di favorire comportamenti problematici o compulsivi.

La vicenda americana e quella europea seguono però strade profondamente diverse. Negli Stati Uniti alcune regole di progettazione stanno emergendo dalla pressione del contenzioso e dalla negoziazione tra piattaforme e autorità statali. In Europa esse tendono invece a essere ricondotte dentro un quadro regolatorio generale, sottoposto a principi di proporzionalità, controllo pubblico e tutela concorrente dei diritti.
Ed è forse proprio questa differenza a suggerire la lezione più importante.

Non possiamo affidare soltanto alle cause miliardarie il compito di stabilire quale debba essere l’architettura costituzionalmente sostenibile dello spazio digitale. Il contenzioso può far emergere rischi, responsabilità e asimmetrie che il mercato non riesce a correggere autonomamente. Ma la definizione delle regole del gioco deve rimanere responsabilità delle istituzioni democratiche.
Perché dietro il dibattito sulla dipendenza dai social si intravede una questione molto più generale, che riguarda ormai anche l’intelligenza artificiale: il potere tecnologico contemporaneo non consiste soltanto nel decidere quali informazioni siano disponibili. Consiste sempre più nella capacità di costruire l’ambiente nel quale prendiamo decisioni, formiamo preferenze e distribuiamo la nostra attenzione. Ed è precisamente quando il potere passa dai contenuti all’architettura che anche il diritto deve cambiare prospettiva. Non per sostituirsi alle scelte individuali, ma per garantire che quelle scelte possano continuare ad essere davvero tali". 

* Professore ordinario di Diritto costituzionale e della regolamentazione dell'intelligenza artificiale Università Bocconi 

27 agosto 2026

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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