Conservazione e perdita del nostro patrimonio culturale
Corriere della Sera - Cultura

Conservazione e perdita del nostro patrimonio culturale

Giovedì 27 agosto 2026
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Da un lato la narrazione di un Paese in cui il patrimonio pubblico, culturale per definizione, è al centro dell’agenda in quanto leva di sviluppo. Dall’altro lo smantellamento di quello stesso patrimonio, risemantizzato.

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Conservazione e perdita del nostro patrimonio culturale

Annalisa Rossi | 27 agosto 2026

Da un lato la narrazione di un Paese in cui il patrimonio pubblico, culturale per definizione, è al centro dell’agenda in quanto leva di sviluppo. Dall’altro lo smantellamento di quello stesso patrimonio, risemantizzato.

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Si rincorrono proteste di cittadini e associazioni sul rischio di amnesia collettiva. Penso alle preoccupazioni per l’ampliamento della romana Galleria Borghese; alla milanese BEIC, dal destino incrociato con la Biblioteca Sormani; al temuto impatto sul paesaggio degli impianti di rinnovabili; alle azioni contro l’installazione di resort lungo le coste.
Nel frattempo si aprono musei e «Poli culturali», si inaugurano biblioteche (l’Università di Bologna celebra Umberto Eco a Palazzo Poggi), si attivano collaborazioni con partner privati per integrare le funzioni classiche dei luoghi pubblici della cultura.

L’Agenzia del Demanio ha presentato l’8 luglio il Rapporto 2026 sui risultati di gestione e valorizzazione del patrimonio statale, «leva strategica per la rigenerazione urbana sostenibile, l’innovazione tecnologica e lo sviluppo». «Memoria, identità e infrastruttura di futuro» è il sottotitolo del racconto in cui l’immobile pubblico, non più destinato alla sola «dismissione», diventa «motore di sviluppo dei territori e di creazione di valore».
Da un lato la narrazione di un Paese in cui il patrimonio pubblico, culturale per definizione, è al centro dell’agenda in quanto leva di sviluppo. Dall’altro lo smantellamento di quello stesso patrimonio, risemantizzato. Ne deriva che cittadini e comunità, pure invocati a destinatari, finiscono col risultare ostili, nel loro rivendicare il diritto di parola e di scelta per mantenere viva la connessione con quel patrimonio e poter continuare a riconoscervisi.

Perché ciò che il racconto pubblico dichiara di valorizzare e restituire coincide con quello che le comunità sentono il rischio di perdere e dimenticare? Da cosa dipende questa polarizzazione fra conservazione e perdita, costo e guadagno, passato e futuro?
Su entrambi i fronti gioca la memoria: parola ombrello usata per fare riferimento a luoghi, racconti, oggetti, rituali, nei quali la si celebra per convincersi di non correre il rischio di smarrirla. Eppure essa viene cancellata, riscritta, neutralizzata, perduta.

Taluni la invocano come infrastruttura identitaria mentre la neutralizzano, collocandola nella vetrina di un passato in cui non può più essere attivata. La circoscrivono in luoghi e momenti dedicati (musei, ricorrenze). Ne praticano la retrocessione, con espliciti atti di marginalizzazione, quali la musealizzazione e la storicizzazione. Ne invocano la permanenza nell’atto di relegarla a ricordo, per neutralizzarne il potere di riportare nel dominio della esperienza quotidiana oggetti, documenti, luoghi, capaci di produrre conoscenza e, quindi, decisioni. È il fronte degli entropisti.

Lasciano che l’entropia agisca, come la natura quando compie il suo corso, riprendendosi i luoghi che l’uomo non cura più. Lasciare che le tracce di quello che è stato si disperdano è il primo atto di cancellazione per riscrittura. A quel punto, intervengono a salvare quello che resta, sovrascrivendovi funzioni nuove, nutrite di significati disconnessi dagli spazi dell’esperienza prodotta dalle persone e dalle comunità. I nuovi significati sono allocati a mezzo di apposite operazioni comunicative, sistematiche e diffuse, grazie alla pervasività dei mezzi di comunicazione disponibili. 

Hannah Arendt aveva descritto il fenomeno: la ripetizione incessante di parole in contesti che ne svuotano il significato porta a una desemantizzazione sistemica. Non è menzogna ma implosione del senso, che smette di essere costruito nel dialogo e nella negoziazione pubblica e si fa allocato, mentre il linguaggio diventa, da spazio di pensiero, comando operativo. I cittadini perdono potere, privati dell’accesso alla costruzione del significato e al processo decisionale.

Sull’altro fronte, resistono i quantistici. Consapevoli dell’interconnessione di tutte le cose, sanno che non esiste un luogo, un oggetto, un documento dato una volta per tutte. Agiscono all’interno del sistema, consapevoli della sua entropia, ma curando le relazioni fra le persone, le comunità, i luoghi, gli oggetti e le esperienze che da quelle relazioni si producono, costruendo significati riconoscibili e riconosciuti.
Sono cittadini e istituzioni che lavorano a mantenere vive le tracce materiali del presente nel momento stesso in cui si producono. Sanno che non tutte potranno conservarsi e che la dimenticanza verrà a disperderle, ma si prendono cura dei luoghi, fisici e sociali, privati e pubblici, nei quali l’esperienza cognitiva individuale e collettiva si compie, costruendo significati condivisi, a garanzia della riconoscibilità di quelle tracce nel tempo. Quello che resterà non avrà bisogno di essere salvato: permarrà.

Non so se può darsi una terza via. Un’immagine, usata come emblema nei frontespizi dei libri di età barocca, mostra un libro aperto in una nuvola dalla quale cade una pioggia fitta. Solo un piccolo numero di gocce finisce in una bottiglia dal collo stretto: «La massima parte è andata perduta» recita il cartiglio in latino. Di chi è la memoria che resta?

27 agosto 2026

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