L'università e la sfida dell'internazionalizzazione
Corriere della Sera - Cultura

L'università e la sfida dell'internazionalizzazione

Giovedì 27 agosto 2026
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L'Italia non è più soltanto un Paese che esporta studenti, ma sta progressivamente acquisendo capacità di attrazione

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L'università e la sfida dell'internazionalizzazione

Pierpaolo D'Urso * | 27 agosto 2026

L'Italia non è più soltanto un Paese che esporta studenti, ma sta progressivamente acquisendo capacità di attrazione

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L'internazionalizzazione della didattica non è più un elemento distintivo di pochi atenei né una semplice vetrina internazionale. È diventata una componente strutturale della qualità e della sostenibilità del sistema universitario italiano, soprattutto in un Paese che deve fare i conti con il progressivo calo della popolazione studentesca e con una competizione globale sempre più forte per attrarre talenti.
Il Rapporto ANVUR 2026 fotografa un cambiamento che negli ultimi anni ha assunto dimensioni significative. Gli iscritti con titolo di accesso conseguito all'estero sono più che raddoppiati, passando da 52.493 nell'anno accademico 2018/19 a 111.566 nel 2024/25, con un'incidenza sul totale degli studenti cresciuta dal 3 al 5,4%. Nello stesso periodo gli ingressi di studenti internazionali nell'istruzione terziaria sono saliti da 54.855 a 106.450 e, soprattutto, il saldo tra studenti in entrata e in uscita si è ribaltato: da negativo (-19.055) è diventato positivo (+21.532). È il segnale che l'Italia non è più soltanto un Paese che esporta studenti, ma sta progressivamente acquisendo capacità di attrazione.

A cambiare non sono soltanto i flussi, ma anche l'offerta formativa. I corsi universitari sono aumentati da 4.750 a 5.648, mentre quelli erogati interamente o parzialmente in lingua straniera sono quasi raddoppiati, passando da 602 a 1.105 e rappresentando ormai quasi un quinto dell'offerta complessiva. Il fenomeno interessa soprattutto le lauree magistrali, che raccolgono quasi l'80% dei corsi internazionalizzati. È nella formazione avanzata, infatti, che la reputazione scientifica degli atenei, l'utilizzo dell'inglese accademico e la capacità di inserirsi nelle reti internazionali incidono maggiormente sulle scelte degli studenti.

Anche la distribuzione disciplinare racconta un'università italiana diversa da quella spesso rappresentata all'estero. Oltre l'84% dei corsi in lingua straniera o mista si concentra nelle aree STEM e in quelle economico-giuridico-sociali, con le discipline scientifiche e tecnologiche che da sole rappresentano oltre la metà dell'offerta internazionale. L'Italia continua naturalmente a essere riconosciuta per il proprio patrimonio artistico e culturale, ma la sua capacità di attrazione si fonda sempre più anche su ingegneria, medicina, scienze della vita, economia e innovazione.

Questa crescita, tuttavia, presenta ancora elementi di fragilità. La provenienza degli studenti internazionali rimane fortemente concentrata: Iran, Turchia e Cina rappresentano oltre un quarto degli iscritti con titolo estero. Anche la distribuzione territoriale evidenzia un forte squilibrio, con quasi nove studenti internazionali su dieci iscritti negli atenei del Centro-Nord, mentre il Mezzogiorno continua a intercettare una quota marginale della domanda internazionale.

Esiste inoltre un potenziale ancora largamente inesplorato. Gli Stati Uniti e i principali Paesi europei rappresentano bacini di reclutamento molto più ampi di quanto oggi riesca a intercettare il sistema universitario italiano. La competitività internazionale non dipende esclusivamente dall'offerta di corsi in inglese, ma dalla capacità di valorizzare ciò che rende l'Italia un contesto formativo competitivo: eccellenze disciplinari riconosciute, costi di studio generalmente inferiori rispetto ai grandi hub anglosassoni, qualità della vita, ricchezza culturale e un sistema produttivo che offre opportunità di formazione e inserimento professionale.

La sfida, dunque, non consiste semplicemente nell'aumentare il numero degli studenti stranieri, ma nel modificare il posizionamento internazionale dell'università italiana. L'Italia non dovrebbe essere percepita soltanto come la destinazione ideale per un semestre Erasmus, bensì come il luogo in cui scegliere di conseguire una laurea magistrale o un dottorato di eccellenza. In altre parole, occorre passare da una logica di mobilità temporanea a una strategia di attrazione stabile dei talenti.
Perché questo salto di qualità si realizzi è necessario accompagnare la crescita spontanea degli ultimi anni con una politica nazionale dell'internazionalizzazione della didattica. Il primo passo riguarda la conoscenza del fenomeno. Oggi disponiamo di dati sempre più dettagliati sui flussi degli studenti, ma molto meno sulla qualità effettiva dell'offerta internazionale: corsi realmente erogati in lingua inglese, programmi congiunti, doppi titoli, mobilità virtuale, tassi di completamento, risultati occupazionali e permanenza dei laureati in Italia. Senza un sistema omogeneo di monitoraggio diventa difficile distinguere le esperienze di successo dalla semplice crescita quantitativa delle iscrizioni.

Occorre inoltre superare una frammentazione che vede i singoli atenei competere spesso sugli stessi mercati internazionali senza un adeguato coordinamento. L'internazionalizzazione richiede una strategia di sistema capace di individuare Paesi prioritari, promuovere campagne comuni, valorizzare il ruolo delle ambasciate e degli Istituti Italiani di Cultura, semplificare le procedure per i visti e costruire un'identità riconoscibile dell'università italiana nel panorama internazionale.

Un'altra priorità riguarda la riduzione dei divari territoriali. L'internazionalizzazione potrebbe diventare anche uno strumento di riequilibrio, favorendo la crescita dell'attrattività degli atenei del Mezzogiorno attraverso investimenti in residenze universitarie, servizi, collegamenti internazionali e partenariati con università dell'area mediterranea e africana.
Allo stesso tempo è necessario diversificare la provenienza geografica degli studenti. Un sistema eccessivamente dipendente da pochi Paesi resta inevitabilmente esposto alle conseguenze di crisi geopolitiche o cambiamenti normativi. Ampliare il reclutamento verso America Latina, Africa subsahariana, Asia sud-orientale e Balcani significa rendere l'internazionalizzazione più stabile e resiliente, ma anche costruire relazioni accademiche destinate a produrre effetti di lungo periodo.

Infine, l'internazionalizzazione non può essere ridotta alla semplice traduzione dei corsi in lingua inglese. La qualità dell'esperienza formativa dipende dalla preparazione dei docenti a operare in contesti multiculturali, dall'efficienza dei servizi amministrativi, dall'orientamento, dal tutoraggio, dal supporto linguistico, dalla disponibilità di alloggi e dalla capacità di accompagnare gli studenti verso il mercato del lavoro. La vera misura del successo non è soltanto quanti studenti arrivano, ma quanti scelgono di completare gli studi in Italia e di costruirvi il proprio percorso professionale.

L'università italiana si trova oggi davanti a una finestra di opportunità difficilmente ripetibile. I dati mostrano che l'interesse internazionale nei confronti dei nostri atenei è in crescita. Trasformare questo interesse in un vantaggio competitivo richiede però una visione che vada oltre l'aumento delle iscrizioni. L'obiettivo deve essere fare dell'Italia una destinazione riconosciuta per la qualità della formazione universitaria, capace di attrarre studenti da tutto il mondo e di consolidare, attraverso la didattica, il proprio ruolo nello spazio internazionale della conoscenza.

*Preside della Facoltà di Scienze Politiche, Sociologia, Sapienza – Università di Roma

27 agosto 2026

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