Come la città vuota di Dostoevskij
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Come la città vuota di Dostoevskij
di Maria Angela RobustelliMi trovavo a dover attraversare quasi tutta la città a piedi, salendo dal Molo Beverello - dove sembravo un’aliena approdata da un altro pianeta, con la pelle bianca, un totale disincanto nei confronti dell’euforia estiva nell’aria e un’enorme borsa di paglia semivuota di buoni propositi per il futuro, fatto salvo per il libro di Emmanuel Carrère, Vite che non sono la mia - per arrivare fino al suo punto più alto sul livello del mare, che intravedevo alzando lo sguardo oltre la collina del Vomero davanti a me; l’eremo sul quale, sin dalla notte dei tempi della mia adolescenza, il destino volle si trovasse il divano di casa, dove una volta approdata, mi sarei lasciata sprofondare.
Erano le quattro di pomeriggio di un quindici agosto dall’asfalto rovente, che come sulle rive dello Stige, lasciava evaporare dalla mia tesata le immagini di come sarebbe dovuta andare quella stagione spregiudicata per antonomasia e di come invece, a ferragosto, mi trovassi a cercare lo stazionamento degli autobus come a voler toccare terra.
Camminavo senza fretta per la città deserta e sebbene le circostanze non mi vedessero diretta verso una meta siderale in riva al mare - in compagnia del Mr. Big giusto che mi porgesse con eleganza una noce di cocco, senza sbandierare il bicipite e gli addominali scolpiti - giocavo a immergermi in un nuovo esperimento letterario.
In quello scenario post atomico, un brodo primordiale metropolitano dove tutto pareva si potesse ricominciare d’accapo, un pomeriggio bianco napoletano, dove c’ero solo io, l’autrice, senza il cappotto di Mastroianni ma con le infradito, che avrei potuto riscrivere il finale di quella giornata e fatto spuntare da qualunque angolo volessi, i personaggi chiave per un lieto fine, gli unici superstiti come me, di quella desolazione apocalittica.
Mentre facevo questo genere di osservazioni dentro di me, arrivai finalmente al gabbiotto del capolinea del C 44, parcheggiato completamente vuoto sul ciglio della strada in attesa di ripartire, quando un ragazzo bassino col cappello con la visiera, la barba lunga vagamente yiddish e grossi occhiali da vista, mi invita gentilmente a entrare nella piccola struttura con l’aria condizionata e mi offre un bicchiere d’acqua.
In fondo, avrebbe potuto sorprendermi in termini di intreccio narrativo.
Alfredo, classe ‘84, autista di linea molto fiero della sua tredicesima e quattordicesima, reduce da un viaggio in Grecia con gli amici, dove si era fatto tatuare il suo ultimo mandala che mi mostra senza esagerare. Sposato, divorziato, due figli ormai grandi avuti quando era troppo giovane. Scopriamo di aver frequentato da ragazzi più o meno gli stessi posti, quando nel bel mezzo della conversazione leggera mi fa, Ma tu sei felice?
Una pausa. Ecco arrivare la tanto attesa sospensione narrativa prima del punto e a capo, il punto di svolta mi dico, una domanda così profonda che avrebbe sorpreso il futuro lettore con la rivelazione shock di questo personaggio apparentemente secondario, innocuo, al limite col grottesco, che si sarebbe rivelato invece il gigante dormiente della storia, un eroe inatteso.
Assolutamente no, gli rispondo con naturalezza e zero rabbia sociale, quando lui continuando a stravolgere le apparenze, mi dice, Nessuno di noi lo è, indipendentemente da quello che è e da dove si trovi. Tutti vogliamo quello che ancora non abbiamo, inevitabilmente. Il vero lusso è il tempo.
A questo punto come soggiogata da cotanto spessore, gli confesso che per me quel lusso sarebbe stato avere due o tre mesi per scrivere il mio libro in santa pace, senza dover rispondere al telefono, pianificare allestimenti o interagire con alcun interlocutore artistico o istituzionale, e che mi sarebbe piaciuto farlo con vista mare o davanti al caminetto di una casa di campagna con tante lampade Liberty.
È stato quando lui mi ha detto del tutto inaspettatamente, come avrebbe speso il suo di tempo d’otium, che la situazione è precipitata o che almeno il genere del racconto che stavo scrivendo nella mia testa, ha fatto una brusca virata verso il noir pulp squallor.
La sua vera passione nella vita era l’erpetologia, nello specifico, la terraristica; la scienza che studia i rettili e la tecnica di allevarli in casa all’interno di una teca.
Lui ne aveva due. Giovanna, un enorme pitone di circa due metri, e una specie di tartaruga assassina senza nome con denti visibili assetati di sangue.
Così dopo avermi mostrato quasi commosso, delle foto di quelle adorabili creature - la prima intenta a fare di ciò che restava di un grande ratto, il suo pranzo - senza più poter proferire parola, desiderai ardentemente che lo stesso disco volante carico di ufo dal quale mi sembrò di essere stata scaricata al molo quel pomeriggio, con un’apparizione più che tempestiva, mi risucchiasse a bordo per sparire nello spazio intergalattico, alla ricerca di altre forme di vita.
In quel preciso momento, come se qualcuno mi avesse ascoltato, le porte del bus fecero per richiudersi con a bordo un ignaro conducente che mi invitò a salire. Lo presi al volo.
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