Pavel Talankin: «Mr. Nobody Against Putin? Sì "Nessuno" come Odisseo: ecco perché questo titolo»
Corriere della Sera - Cultura

Pavel Talankin: «Mr. Nobody Against Putin? Sì "Nessuno" come Odisseo: ecco perché questo titolo»

Giovedì 27 agosto 2026
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Intervista al premio Oscar 2026 che sarà domani al Museo FRaC di Baronissi. La pellicola co-diretta dall’insegnante russo con il regista statunitense David Borenstein

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Pavel Talankin: «Mr. Nobody Against Putin? Sì "Nessuno" come Odisseo: ecco perché questo titolo»

di Giuliano Delli Paoli

Intervista al premio Oscar 2026 che sarà domani al Museo FRaC di Baronissi. La pellicola co-diretta dall’insegnante russo con il regista statunitense David Borenstein

«Non voglio essere una pedina del regime». È il desiderio che porta Pavel Talankin a documentare ciò che accade nella sua scuola in «Mr. Nobody Against Putin», la pellicola co-diretta dall’insegnante russo con il regista statunitense David Borenstein, e Premio Oscar 2026 proprio come miglior documentario. Una scelta coraggiosa emersa da una frattura generatasi nella mente (e nell’animo) del trentacinquenne docente e cineasta di Karabaš - città industriale nell’Oblast’ di Celjabinsk, nella Siberia occidentale, considerata la più inquinata del mondo a causa della produzione intensiva di rame avviata in epoca sovietica - dopo aver deciso di ribellarsi con tutti i mezzi a sua disposizione alla militarizzazione del sistema scolastico russo imposta dai piani alti del Cremlino.

Tra marcette mattutine, lezioni curate dai mercenari della Wagner e corsi di «educazione patriottica», Talankin per due anni ha assistito impotente all’involuzione pedagogica della Scuola n. 1 di Karabash, l’istituto di cui è stato organizzatore di eventi e videografo, prima di rifugiarsi, nell’estate del 2024, in Repubblica Ceca, portando con sé due anni di riprese clandestine dalle quali è nato «Mr. Nobody Against Putin».
Oggi Talankin vive a Praga, lontano dalla Russia che lo ha dichiarato «agente straniero». E domani sera presenterà al Museo FRaC di Baronissi, nell’ambito di Visionnaire26, il suo prezioso docu-film, premiato anche con il Bafta e il Sundance Film Festival, in un dialogo con Rino Sciarretta ed Erminia Pellecchia.

Ora che è lontano e che ha raccontato con coraggio la militarizzazione delle scuole, dimostrando di non essere una pedina, come si sente?
«Ora mi sento “fuori dalla scacchiera”, libero, anche se l’influenza del regime si fa ancora sentire, perfino a distanza. In gran parte questo è legato alla reazione delle autorità al film. Ne hanno vietato la ripubblicazione sul territorio della Federazione Russa e mi hanno dichiarato “agente straniero”, anche se io stesso non mi considero tale e non credo di aver commesso alcun reato: ho solo mostrato al mondo cosa sta succedendo nelle scuole russe e come la militarizzazione e la propaganda della guerra e dell’odio stiano diventando sempre più la parte centrale del processo educativo».

Qual è stato il momento in cui ha maturato l’esigenza di dover raccontare tutto dall’interno?
«Ho capito che dovevo raccontare questa storia quando la militarizzazione delle scuole è diventata semplicemente insopportabile e cresceva giorno dopo giorno. Ma la cosa che mi ha spaventato di più, per davvero, è stato vedere che i bambini iniziavano a credere a ciò che veniva detto loro in classe. Questo film è anche un buon antidoto alla propaganda. Spero che molti studenti in Russia lo guardino e vedano sé stessi dall’esterno, la propria scuola, i propri insegnanti, la propria classe. Sarà un buon vaccino contro le bugie che inculcano loro a scuola».

C’è stato un momento in cui ha temuto per la sua incolumità prima di fuggire via?
«Sì, la paura c’era, specialmente nei momenti in cui la pressione aumentava prima della partenza. Terrore puro al pensiero che qualcuno potesse scoprire la mia collaborazione con un regista americano: sarebbe stato un biglietto di sola andata».

Tornerà nella sua città?
«Un ritorno a Karabash al momento è difficile da immaginare, la priorità è la sicurezza. Riesco però a immaginarmi mentre compro un biglietto o salgo su un aereo, ma non ho alcuna idea di cosa succederebbe dopo; molto probabilmente finirei in prigione, considerato che in Russia è stata scatenata una vera e propria campagna contro di me».

Anche Ulisse si definì “nessuno” per sconfiggere Polifemo: si sente un po’ come lui?
«Il titolo del docu-film si ricollega effettivamente al tema di Odisseo: è un modo per proteggersi rimanendo invisibili al sistema. Ma vale la pena notare che il titolo è diventato profetico per me».

In che modo?
«Dopo la prima del film al Sundance, a scuola è arrivato un gruppo del FSB (l’agenzia di intelligence interna della Federazione Russa, ndr); hanno radunato tutti i presidi degli istituti scolastici della città e hanno detto: “Questa persona non c’è mai stata e non c’è, questo film non c’è mai stato e non c’è, nessuno chiama questa persona, nessuno commenta in alcun modo questo film”».

In una scena, sua madre le dice “collega il cervello”, poco prima di offrirle dei dolci: perché si comporta così?
«Era semplicemente il suo modo di prendersi cura di me e di proteggermi, ma anche il tentativo di sviare l’attenzione dall’argomento».

Ha più avuto notizie di qualche suo ex studente partito per la guerra?
«Certo, anche se mantenere i contatti è difficile, soprattutto a causa dei continui blocchi. Ciò non toglie che troviamo sempre il modo di aggirarli. In Russia poi bloccano molto spesso internet, e per usare le solite applicazioni bisogna installare una Vpn».

C’è un regista italiano che la colpisce particolarmente?
«Ho sempre provato ammirazione per il cinema italiano fin da bambino. Il mio regista preferito è senza dubbio Federico Fellini: amo tutti i suoi film, in particolare “Prova d’orchestra”, che ogni tanto torno a riguardare con estremo piacere».

Come immagina il suo futuro?
«Ho piani per il futuro, ma per ora non voglio parlarne, altrimenti non si realizzeranno».

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