I limiti del multiculturalismo
Corriere della Sera - Cultura

I limiti del multiculturalismo

Mercoledì 26 agosto 2026
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Dibattito: la parola d’ordine degli ultimi decenni oggi sembra aver fallito scontrandosi di fatto con il concetto di integrazione

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I limiti del multiculturalismo

Ernesto Galli Della Loggia | 26 agosto 2026

Dibattito: la parola d’ordine degli ultimi decenni oggi sembra aver fallito scontrandosi di fatto con il concetto di integrazione

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E se fosse arrivato il momento di smetterla di parlare di multiculturalismo? Se fosse arrivato il momento di guardare in faccia la realtà e di parlare di queste cose con sobrio e umano realismo, attenti, attentissimi ai principi, come dobbiamo essere, ma anche alla lezione della storia e dei fatti che sono sotto i nostri occhi (tra cui quello, decisivo, dell’immigrazione afroasiatica verso i Paesi europei)?
Per ragioni storiche è normale che nelle nostre società il discorso pubblico sia prodotto, indirizzato e gestito dall’élite politico-intellettuale. È dunque questa élite politico-intellettuale — in grande maggioranza di sentimenti progressisti — che negli ultimi tre quattro decenni ha sostanzialmente determinato l’orientamento ideologico del discorso pubblico occidentale in un senso così favorevole al multiculturalismo e di conseguenza, sia pure con qualche sporadica riserva, anche all’immigrazione in quanto tale.

Lo ha fatto con il favorire l’idea che ormai fosse alle porte una società diversa da ogni altra del passato, non più caratterizzata da un gruppo etnico o una cultura egemone, bensì formata da una molteplicità di culture su un piede di parità. Una società dunque tenuta insieme non più dalla sua storia, dal suo passato, cioè dalla sua identità, bensì da un sistema di regole, di diritti e di doveri da tutti condivisi e naturalmente di corti di giustizia incaricate di assicurarne il rispetto.
È per l’appunto sulla base di queste idee che per due-tre decenni il ceto intellettuale progressista occidentale ha considerato qualsiasi obiezione o messa in guardia contro l’immigrazione afroasiatica e le sue conseguenze come un pregiudizio frutto esclusivo di motivazioni di sapore etnicista e razzista. Convinto di avere dalla sua l’opinione comune ha creduto che il kebab, la musica reggae, e l’irreligiosità dilagante potessero far dimenticare alle masse popolari europee la loro storia secolare, le loro abitudini e il loro ambiente di vita, il legame con i propri luoghi, l’idea che questi gli appartenessero. Non solo, ma nel suo supponente razionalismo il progressismo occidentale ha pensato che a contatto con l’Europa anche l’Islam sarebbe stato soggetto al medesimo processo di secolarizzazione occorso al Cristianesimo; che avendo noi deciso di chiamare il Natale «Season’s Holiday» anche i musulmani prima o poi avrebbero deciso di interrompere con uno spuntino il loro Ramadan.

Oggi ci stiamo accorgendo che questo insieme di analisi e di previsioni poggiava su basi fragilissime o addirittura illusorie. Due soprattutto, mi sembra, sono i presupposti che oggi sempre più si stanno rivelando infondati.
Il primo consiste nell’idea che l’Islam sia semplicemente una religione diversa dal Cristianesimo. È anche così: ma oltre a questo l’Islam è soprattutto un modo diverso di intendere la religione. Da almeno due secoli in Occidente si è affermato il principio che la religione costituisce eminentemente un fatto della coscienza individuale, il quale di per sé non può pertanto pretendere di dettare le regole e i modi della vita pubblica né tanto meno di regolare i diritti delle persone e i loro rapporti personali. Si chiama laicità.

Nell’Islam invece questo principio non esiste ed è anzi considerato una bestemmia. Sicché in misura maggiore o minore in tutti i Paesi islamici la religione è autorizzata a definire o meno la legittimità del potere politico, a stabilire una brutale inferiorità delle donne rispetto agli uomini, a ordinare tutti i rapporti all’interno della famiglia, a dire la sua in una serie infinite di faccende, a istituire tribunali con valore civile, spesso a comminare orribili pene corporali dalle frustate al taglio dei piedi e delle mani, alla decapitazione. Ci sono anche in tutto questo delle gradazioni, naturalmente, non tutti i Paesi sono eguali. Ma ciò che conta — che per ognuno di noi dovrebbe contare — è il fatto che anche nei confronti di regimi come quelli di Kabul o di Teheran, in cui il fanatismo religioso tocca vertici deliranti, non giunge mai dal mondo religioso islamico alcuna reale parola di condanna. Un silenzio generale accoglie le loro orribili gesta di morte.

L’Islam italiano al completo, di cui tanta parte sono gli immigrati, non fa eccezione. Non dice una parola. Come in mille altre occasioni non si distingue in nulla dall’idea di religione che sembra essere la regola della sua cultura. Il che ripropone il problema chiave, mai risolto, che abbiamo sempre preferito non vedere ma che sta al cuore di qualunque politica sulla presenza dei migranti in Italia: e cioè che via scegliere.
Se mai accettassimo il punto di vista del multiculturalismo ciò non potrebbe significare che consentire alla vasta (sempre più vasta) comunità islamica residente qui da noi di continuare a regolarsi secondo la sua cultura di cui è parte così decisiva la religione e i suoi precetti. Ma è davvero questo, l’interesse dell’Italia? E che cosa significherebbe in tal caso l’obiettivo pure da tutti invocato dell’integrazione? Una cultura che si pone nei confronti della religione come si pone di regola l’Islam può davvero integrarsi — cioè, se le parole hanno un senso, unificarsi, fondersi — con la cultura radicata nel nostro Paese, a cominciare dalla nostra stessa Costituzione? Multiculturalismo e integrazione non sono forse due concetti opposti, tra i quali bisogna scegliere? Non è ora di dircelo, di gridarlo con forza? E perché di queste cose in Italia non si riesce mai parlare con la necessaria chiarezza? Neppure tra coloro che sono liberi dai vincoli che affliggono i politici?

26 agosto 2026

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