Boeri: al futuro presidente lascio una Triennale forte e internazionale
Il 28 marzo scade il mandato dell’architetto, per otto anni alla guida dell’istituzione milanese. «Spero che chiunque arrivi abbia la mia stessa passione». Al via il nuovo Museo del Design
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Boeri: al futuro presidente lascio una Triennale forte e internazionale
di Annachiara SacchiIl 28 marzo scade il mandato dell’architetto, per otto anni alla guida dell’istituzione milanese. «Spero che chiunque arrivi abbia la mia stessa passione». Al via il nuovo Museo del Design
Otto anni. Le mostre (190 tra prodotte e coprodotte), tre esposizioni internazionali, 4,6 milioni di visitatori, le trasformazioni strutturali, il Covid, gli amici persi come Enzo Mari e Giovanni Gastel, la squadra, «mi raccomando faccia tutti i nomi». Un commiato e un bilancio. E una doppia inaugurazione. A Milano, con l’Olimpiade al via e il taglio del nastro di Casa Italia, alla Triennale si inaugura venerdì 6 febbraio anche il nuovo allestimento del Museo del Design Italiano, il meglio del progetto industriale dal 1930 al 2005. Stefano Boeri attraversa quegli spazi con malinconica soddisfazione. Il 28 marzo termina il suo mandato da presidente della Fondazione di viale Alemagna. «Scadenza naturale», sottolinea. «Spero che chiunque arrivi dopo di me, di sinistra, di destra, del settore o no, abbia per questo luogo la nostra stessa passione».
Era l’8 febbraio 2018 quando l’architetto fu scelto alla guida della Triennale. «Abbiamo lavorato sull’anima e il corpo dell’istituzione». Il corpo. «Il museo del design è diventato una presenza permanente, nella curva al piano terra: certi oggetti hanno una tale capacità di raccontare la storia pubblica e privata dell’Italia e non solo, da meritare di essere esposti sempre. L’idea di avere una collezione in costante cambiamento è tra i capisaldi della nostra gestione, con il primo allestimento di Joseph Grima nel 2019 e gli altri quattro di Marco Sammicheli». Altre novità «boeriane»: lo spazio «Cuore» con gli archivi al piano terra, «Voce» al piano parco dove c’era la discoteca Old Fashion per un’immersione nel suono, «Gioco» dedicato ai bambini. «Ci ha guidato lo slogan Back to Muzio, con l’obiettivo di riportare il Palazzo alla concezione del suo progettista. Abbiamo svuotato tutto quanto si era aggiunto negli anni». Lavoro collettivo, insiste Boeri. «Merito di uno straordinario cda. E di Carla Morogallo, eccezionale direttrice generale che ha accelerato l’ottimo lavoro avviato da Lorenza Baroncelli».
Toni pacati, Boeri dà risposte dolci, i messaggi sono concilianti, parla di riconoscenza, amicizia, collaborazioni. «Tra le persone che ringrazio c’è il sindaco Beppe Sala. Tra quelle che vorrei ricordare, il governatore lombardo Roberto Maroni (scomparso nel 2022, ndr) che mi ha voluto qui e ha dato tanto alla Triennale». Un rammarico? «Non avere avuto il tempo di ricreare l’impluvium, cuore scenografico del palazzo». Fare bilanci significa anche riconoscere gli errori. «Non sono riuscito a fare una mostra su uno dei grandi architetti incompiuti: Beniamino Servino; e a far rinascere il Forum delle Culture della Città Mondo che avevamo creato quando ero assessore (alla Cultura di Milano, 2011-2013, ndr)». Ci sarebbe voluto un altro mandato, ma per statuto non si può andare oltre i due. Un sospiro, uno dei tanti in questa chiacchierata. «Io sono innamorato della Triennale. Il mio resterà sempre un grande amore».
E dopo il corpo l’anima. «Quando siamo arrivati, Triennale era tante cose, ma non chiarissime. Nonostante sia per natura eclettica abbiamo cercato di darle un’identità forte, cosa che ci ha permesso di parlare al mondo, perché questo è l’altro aspetto fondamentale: oggi noi siamo considerati a livello internazionale. Il teatro è tornato a essere un’eccellenza, siamo la quarta grande istituzione pubblica milanese assieme alla Scala, al Piccolo e a Brera. E questa è la cosa di cui vado più fiero».
Arte, moda, antropologia, geopolitica, su queste discipline si è concentrato Boeri. «Antropologia significa lavorare sul lato umano degli artisti, dei progettisti. È quello che abbiamo fatto con Enzo Mari, Gae Aulenti, Alessandro Mendini, Ettore Sottsass, ricostruendone non solo il percorso creativo, ma il profilo. Con le esposizioni internazionali — Broken Nature (2019), Unknown Unknowns (2022), Inequalities (2025) — abbiamo dato un’interpretazione geopolitica a questi tempi incerti».
La Triennale delle mostre, dell’arte italiana (a maggio è in arrivo Francesco Clemente), degli happening, delle arti performative. Del Covid. Al di là dei rimpianti e dei successi ottenuti, il ricordo della pandemia è quello che commuove di più Stefano Boeri. «Ho perso Enzo Mari, sua moglie Lea Vergine il giorno dopo, il 20 ottobre 2020. Poi Giovanni Gastel nel marzo 2021, ci siamo ammalati insieme, è morto mentre anch’io ero in ospedale. Poi certo, dal punto di vista del lavoro è stato un periodo difficile e stimolante: abbiamo inventato i racconti in diretta, il Supersalone, edizione speciale del Salone del Mobile nel 2021, un’altra follia, anche se la serata con Marco Mengoni fu davvero emozionante. Un periodo assurdo». E costoso. Il tema dei conti quando si parla di istituzioni pubbliche è sempre spinoso. Nei periodi drammatici come quello del Covid, nelle stagioni di «normale» amministrazione. «Dopo le difficoltà economiche riscontrate al mio arrivo, siamo riusciti a lavorare sul budget e a ridurre i costi. Fondamentale è stato il contributo del ministero, quasi triplicato nei miei otto anni di mandato. Devo dire perciò grazie ai ministri Alberto Bonisoli, Dario Franceschini, Gennaro Sangiuliano, Alessandro Giuli. Alla Camera di Commercio di Milano con Elena Vasco. E alla Fondation Cartier con cui abbiamo stretto una partnership mai vista prima: una fondazione pubblica e una privata di due Paesi diversi che collaborano. Con Cartier abbiamo lavorato sul ritorno di un’arte che guarda oltre il modello occidentale, portando artisti di primo piano come Ron Mueck».
Triennale globale. Boeri finalmente sorride: «Siamo stati a Odessa, in Ucraina, abbiamo fatto l’installazione sulle vittime di Gaza lungo la scalinata d’onore, unica istituzione culturale che ha avuto questo coraggio. E l’ha fatto senza essere ideologica. La maggiore eredità che io lascio, credo, è questa reputazione riconquistata. E mi auguro che sia fondamentale nella selezione del prossimo presidente». Le candidature scadono a fine febbraio, il metodo di scelta è complesso e il toto-nomi copre tutto l’arco costituzionale, si va da Letizia Moratti ad Andrée Ruth Shammah, da Fabio Novembre a Stefano Baia Curioni, da Stefano Zecchi a Michele De Lucchi. Si vedrà. Boeri starà a guardare dalle retrovie. «Sono contento di staccare, sono stati otto anni intensi, in particolare l’ultimo». Il riferimento, ovviamente, è alle questioni giudiziarie pendenti sull’architetto relative all’urbanistica milanese, dalla biblioteca Beic (l’udienza preliminare è in corso) al Bosconavigli (per questo filone il processo parte il 16 marzo). La risonanza è stata enorme. «Diciamo che in generale si sta tutto ridimensionando. Che sono ottimista, anche se certi danni subiti sono irreversibili. E non compensabili da nessuno. Per il resto è tutto talmente surreale che non ci penso quasi mai. Ho continuato a lavorare anche se ho perso contratti importanti. Ho cercato di rimanere calmo anche se un po’ di rabbia c’è ed è un sentimento pericoloso: come il fuoco, se ti avvicini troppo ti brucia, devi orientarla e gestirla».
Per concludere, come nel suo stile, Boeri tira fuori dal cilindro due novità. Una è l’inedita apertura nei confronti dei «concorrenti»: l’Adi Design Museum e il Casva, il centro studi arti visive del Comune. «Milano — dice — deve avere un unico museo del design, quindi sarò molto esplicito: Triennale, gli amici di Adi e Casva devono dialogare in questo senso. E non necessariamente la sede deve essere il Palazzo dell’Arte. Gli sdoppiamenti non fanno bene a nessuno. Noi ci siamo, tant’è che all’ingresso del “nostro” museo del design abbiamo inserito un’installazione che indica i luoghi del progetto in città. Diversi e molto vari». Sorpresa finale: «Avrei voluto riportare la danza in Triennale, non solo come arte performativa, ma come grande rituale propiziatorio. Si potrebbe rimediare a partire da una lunga serata di valzer inglese (lento) nel Salone d’onore come grande evento per chiudere questi magnifici otto anni».
5 febbraio 2026 (modifica il 5 febbraio 2026 | 19:50)
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