Bergamo, Sarah Jane Capelletti star della tv in Senegal: «Vita da attrice oltre gli stereotipi»
Originaria di Romano di Lombardia, vive in Africa con il marito e i figli. «Ho subito gli stereotipi»
I tuoi preferiti
Salva questo articolo e leggilo quando vuoi. Il servizio è dedicato agli utenti registrati.
Non hai un account? Registrati in 1 minutoAccediHai salvato un nuovo articolo
Trovi tutti gli articoli salvati nella tua nella sezione preferiti e sull'app Corriere News.
Bergamo, Sarah Jane Capelletti star della tv in Senegal: «Vita da attrice oltre gli stereotipi»
di Pietro ToscaaOriginaria di Romano di Lombardia, vive in Africa con il marito e i figli. «Ho subito gli stereotipi»
Numerose serie televisive in sei anni, ospite nei talk show nazionali, cortometraggi, teatro e una miniserie storica in Francia dove ora la aspetta una tournée. Partita da Romano, dove abita ancora il papà Emilio, Sarah Jane Capelletti è diventata uno dei volti più amati del Senegal. Dal 2017 vive a Dakar, dove ormai è una vera e propria star, vincendo tanti stereotipi che non mancano neanche nel Paese africano.
Nome anglofono e look senegalese, ma è italianissima.
«Sono bergamasca da parte del papà e sarda da parte di mamma. E sono orgogliosissima di entrambe queste origini. Il mio non è un nome d’arte, lo hanno scelto i miei genitori dopo aver visto “Lo specchio della vita”, un film del 1959. Sarah Jane era una ragazza di discendenza africana e la pellicola parlava delle difficoltà di accettare le ascendenze africane in una società come quella americana».
Gli ingredienti di una vita c’erano già tutti.
«Per fortuna in maniera non drammatica come nel film. Per quanto riguarda il mondo dello spettacolo, fin da piccola ho iniziato a praticare danza moderna. Ero affascinata dalla lambada, Mory Kanté con “Yéké Yéké” e adoravo la musica raï. Da ragazza di giorno lavoravo nello studio di un notaio di Treviglio, mentre nel weekend mi esibivo con gruppi di origine senegalese e congolese. Poi con un’agenzia di Milano facevo pubblicità e piccole parti».
E invece quando ha incrociato il Senegal?
«Se devo mettere una data è il 2004, quando ho conosciuto il mio futuro marito Macou, un ragazzo di Dakar che aveva la cittadinanza italiana, viveva a Cividate e aveva fatto carriera in una ditta di yacht di Antegnate. Lui era molto più bergamasco di me, poco amante del “casino” e tutto concentrato sul lavoro. Ci ha impiegato 8 mesi a conquistarmi a colpi di rose rosse. Poi ci siamo sposati e abbiamo avuto quattro figli».
Quando il settore cantieristico va in crisi Macou decide di rientrare a Dakar e mettersi in proprio e, dopo qualche anno, lei sceglie di seguirlo.
«Era il 2017: lo avevo raggiunto con i bambini per le vacanze e poi ho deciso di fermarmi in Sengal definitivamente. Era il momento di farlo, ma non è stato facile. Imparare il wolof, la lingua dell’etnia principale del Senegal, è stato fondamentale per integrarmi».
E come è tornato a bussare alla sua porta il mondo dello spettacolo?
«Frequentavo dei gruppi di teatro e il nome girava perché un’europea che parli la lingua locale è una rarità. Un giorno sono venuti a cercarmi per “Chez nous c’est la teranga”, un programma dedicato ai turisti».
La consacrazione è arrivata nel 2020 con “Wuju tubab”, una sit-com in stile “Casa Vianello”.
«La “tubab” è la moglie bianca. In Senegal è ancora presente la poligamia e io interpretavo la terza co-moglie, quella italiana che era parente di “Al Capone”. I pregiudizi verso le donne europee sono molto forti: sono ritenute incapaci di gestire una famiglia e sono considerate facili».
La serie ha avuto 53 puntate e tantissime repliche. Da lì non si è più fermata.
«Sono arrivata a 13 fiction saltando da uno stereotipo all’altro, ma sempre divertendomi. Ho la nomea di un’attrice che risolleva gli ascolti e spesso mi chiedono di fare la guest star. Ho fatto teatro e ho partecipato a una miniserie storica ambientata in Senegal prodotta da France 3 e trasmessa in Francia. Sono spesso ospite nei programmi televisivi. Ho sempre tenuto però il freno a mano tirato, mettendo al primo posto i miei figli».
Un lavoro che ha dato i suoi frutti?
«La cosa che mi dà più soddisfazione è che a settembre sarò in tournée in Francia con uno spettacolo teatrale, “Au-delà de l’écran” (Dietro lo schermo, ndr), e per la prima volta interpreto una senegalese».
A novembre però ha in programma un video podcast in italiano: “Teranga, amore mio”.
«Lo realizzerò in collaborazione con Vanesse Marchese, direttrice del patronato Inca della Cgil di Dakar, e vuole promuovere il Senegal coinvolgendo anche la comunità italiana che vive qua: sono circa 5 mila persone».
Ma è stato semplice avere successo in Senegal?
«Niente è facile perché tutto il mondo è paese. Spesso sento gli italiani di origine africana che si lamentano per le discriminazioni, ma le viviamo anche noi qua. Potrei raccontarne centomila vissute sia in Senegal sia in Italia e tra italiani. Quando ero piccola mi ricordo le battute sui meridionali. Come per altro, quando sono andata in Sardegna, sentivo cosa si diceva dei “continentali”. Penso però che bisogna essere sempre positivi, cercare di tenere il meglio delle situazioni e lavorare duro, evidenziando le cose che uniscono e non quelle che dividono».
Vai a tutte le notizie di Bergamo
Iscriviti alla newsletter di Corriere Bergamo
26 agosto 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA