Longevità record, in politica non basta
Meloni, Schlein e conte: superati i predecessori. Ma ora devono vedersela con l’elettore
Longevità record, in politica non basta
Antonio Polito | 25 agosto 2026Meloni, Schlein e conte: superati i predecessori. Ma ora devono vedersela con l’elettore
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Il record di durata dei governi italiani, che Giorgia Meloni raggiungerà il 4 settembre con 1412 giorni a Palazzo Chigi; il record di durata tra i segretari del Pd (di solito poco più che un lavoro stagionale) di Elly Schlein, che ha superato i 1261 giorni di Bersani; il record di durata, passato in secondo piano, di Giuseppe Conte, che agli inizi d’agosto ha sfondato il muro dei cinque anni di permanenza alla guida del Movimento Cinquestelle (1844 giorni). Sono segnali estremamente positivi per la solitamente vituperata politica italiana.
La stabilità è un bene in sé. Non è vero, come sempre dicono gli avversari di chi dura a lungo, che è sinonimo di immobilismo. Soprattutto per un governo, è garanzia di credibilità sui mercati e i tavoli internazionali. Nella spettacolare riduzione dello spread dei nostri titoli di Stato rispetto a quelli tedeschi, da 233 punti base il giorno in cui si è insediato il governo ai circa 80 di oggi, quasi due terzi in meno, c’entra sicuramente la sensazione di affidabilità e prevedibilità che questi quattro anni di politica italiana (e il ministro Giorgetti) hanno dato agli investitori. Non solo è un bene, dunque: è un bene prezioso. Però la durata non è tutto, e gli elettori non votano sui record.
Un vecchio detto ci ricorda che ogni carriera di leader, per quanto grande e longeva sia, finisce con un fallimento. Da Thatcher a Blair, da Kohl a Merkel, non c’è premier che non l’abbia verificato sulla propria pelle. Anzi: si potrebbe dire che più durano e più si avvicina quel momento. Ecco perché chi guida un governo ha sempre poco tempo. È seduto su una bicicletta, se non pedala cade. Questo Giorgia Meloni lo sa. E sa anche che sul piano della sicurezza e dell’immigrazione (o meglio, della presenza nella società italiana dei migranti già arrivati clandestinamente) il suo governo non ha consegnato ciò che aveva promesso, e ciò che ci si poteva attendere da un governo della destra.
Lasciamo stare i numeri, gli arrivi sono in calo e si sa. Ma qui l’unica cosa che conta è la percezione dell’elettorato. Se così non fosse, non si spiegherebbe la nascita di un’altra destra, più a destra, che sembra capace di attrarre consensi pari o superiori a quelli delle due forze minori della coalizione di centrodestra. L’unico argomento che il governo può usare è che se ci fosse stata la sinistra ci sarebbero stati anche più immigrati e più lassismo. Il Campo largo dovrebbe capirlo, e scegliere finalmente una linea rigorosa per la gestione di questo cruciale fenomeno, sociale e culturale, come avviene negli unici posti d’Europa dove la sinistra ancora vince le elezioni (vedi Danimarca). Finché non succede, il governo Meloni da questo punto di vista deve temere solo ciò che viene dalla sua destra.
Anche per l’economia, i numeri parlano bene di questi quattro anni; e la premier Meloni li ha snocciolati di recente in un’intervista a Milano Finanza. Ma, come per la sicurezza, anche qui conta di più lo stato d’animo del Paese. L’Italia non è affatto diventata quel paradiso dell’iniziativa privata che Giorgia Meloni aveva annunciato nel suo discorso di insediamento. Non c’è un clima favorevole all’impresa. La crescita economica viene dagli investimenti, pubblici e privati. Se non sono incentivati, e anzi investire è complicato, difficile, c’è un mare di regolazioni da rispettare, c’è meno crescita. Pur dopo una dose da cavallo di investimenti pubblici senza precedenti, 194 miliardi di Pnrr e 174 miliardi di Superbonus, l’economia italiana non sembra aver trovato lo smalto necessario per alzare il suo potenziale di crescita e andare da ora in poi avanti con le sue gambe, cioè senza iniezioni di spesa pubblica, che vogliono dire più tasse e pressione fiscale.
Il costo dell’energia rimane una pesantissima palla al piede del Paese, con l’aggravante del prezzo della benzina, di solito sensibilissimo misuratore del grado di soddisfazione dei cittadini nei confronti del proprio governo. È stata finalmente avviata la revisione giuridica necessaria per riprendere il discorso del nucleare, ma per ora siamo ancora e solo ai principi generali. L’istallazione di impianti di energia rinnovabile, in particolare solare, ha ripreso nei quattro anni velocità, spinta dal caro-energia e dalle misure del Pnrr, dopo un lungo periodo di stagnazione tra il 2014 e il 2021. Ma cresce la resistenza dei territori, in particolare nelle regioni governate dal Campo largo, la Sardegna prima di tutte ma anche Toscana ed Emilia. Siamo lontani, insomma, dal poter dire che abbiamo imboccato la via della indipendenza energetica, oggi condizione necessaria della sovranità nazionale, in presenza di guerre e conflitti nei teatri da cui acquistavamo o acquistiamo gas e petrolio.
Le crisi industriali sono numerose e minacciose. Sul sito del ministero di Urso l’ultima rilevazione conta 37 tavoli attivi. È già virtualmente sparito l’automotive. Se l’Ilva dovesse disgraziatamente chiudere, il governo Meloni sarà ricordato solo per questo, e tutti i suoi meriti dimenticati.
Non sembra però di scorgere nel governo l’urgenza di questi problemi e la consapevolezza dell’effetto che producono sull’opinione pubblica. In questi quattro anni, peraltro, non è nata neanche una politica economica alternativa da parte dell’opposizione. Anzi, le distanze programmatiche tra i due maggiori partiti del Campo largo, Pd e Cinquestelle, si sono addirittura accresciute.
Nella sua ultima intervista, Elly Schlein ha correttamente indicato come prioritario l’obiettivo della crescita della ricchezza nazionale. Giuseppe Conte, in contemporanea, nel suo articolo sulla «woke culture» ha indicato invece la via della redistribuzione preventiva della ricchezza, anche di quella non ancora prodotta, «a monte del processo produttivo». In un passaggio ha scritto: «Non possiamo rassegnarci a un aumento sempre più esponenziale della produttività, mentre la distribuzione dei benefici alle comunità diventa sempre più iniqua». Considerato che la bassa produttività è il maggior problema italiano (siamo fermi da decenni e tra gli ultimi in Europa), ed è la causa principale dei salari bassi e dunque dell’ingiustizia sociale, c’è da chiedersi perché non abbia ancora licenziato il suo «ghost writer», se è vero che ne ha uno.
25 agosto 2026
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