La Luna e i Calanchi, Franco Arminio: «Sto pensando di spostare il festival in un altro paese»
Corriere della Sera - Cultura

La Luna e i Calanchi, Franco Arminio: «Sto pensando di spostare il festival in un altro paese»

Martedì 25 agosto 2026
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Il poeta: «La paesologia è attenzione ai piccoli centri in difficoltà, non imprenditoria». Una lunga chiacchierata sulle aree interne

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La Luna e i Calanchi, Franco Arminio: «Sto pensando di spostare il festival in un altro paese»

di Luca Marconi

Il poeta: «La paesologia è attenzione ai piccoli centri in difficoltà, non imprenditoria». Una lunga chiacchierata sulle aree interne

Il festival “La Luna e i Calanchi” nel borgo lucano di Aliano anche quest’anno ha registrato una grandissima affluenza di pubblico. Nato nel 2012 da un’idea del poeta-paesologo Franco Arminio, è passato rapidamente dall’essere un piccolo raduno per pochi intimi a un evento capace di attirare oltre 20.000 persone. Eppure il festival era partito come un esperimento intimo e locale legato alla “paesologia”, volto a ridefinire il concetto di comunità nei piccoli centri interni.

Dalla pagina Fb de La Luna e i Calanchi

Già alla seconda e terza edizione il passaparola e l'attenzione mediatica crescono in modo esponenziale. Centinaia di artisti e visitatori da tutta Italia iniziano a invadere pacificamente il borgo. L'evento si trasforma in un appuntamento fisso e imperdibile dell'agosto lucano. Il richiamo della tomba di Carlo Levi, le letture all'alba e i concerti nei calanchi argillosi attraggono decine di migliaia di "turisti della clemenza" e viaggiatori da tutta Europa. 

Arminio rifiuta categoricamente il termine invasione e non vede l'affluenza come un problema di sovraffollamento turistico, bensì come un «miracolo di comunità» e un'opera collettiva. Il poeta sottolinea che ad Aliano non arrivano consumatori passivi, ma quelli che lui definisce «turisti della clemenza». Per Arminio, il festival non è una rassegna di spettacoli commerciali, ma un rito civile e spirituale contro la solitudine moderna.


L'arrivo di migliaia di persone è visto come una linfa vitale che restituisce centralità e dignità a un'area interna altrimenti colpita dallo spopolamento. E il borgo di Aliano risponde all'evento con una straordinaria e profonda cultura dell'accoglienza, supportata attivamente dalle istituzioni locali e dai cittadini. La comunità locale non subisce l'evento, ma si trasforma in uno spazio aperto. Gli abitanti aprono le proprie case, dialogano con i visitatori e partecipano alle attività che durano dal mattino fino all'alba successiva. Il sindaco e l'amministrazione comunale considerano il festival l'essenza stessa dell'identità del borgo. La macchina logistica si adatta offrendo aree di campeggio e spazi per camper per gestire l'ospitalità in modo sostenibile. 

Dalla pagina Fb de La Luna e i Calanchi

Il paese, storicamente noto come il luogo di esilio e confino di Carlo Levi, ribalta la sua memoria storica: da terra di isolamento e sofferenza diventa un luogo di accoglienza, incontro e fermento artistico internazionale. Ma è tutto fuorché un business finalizzato a se stesso: per Arminio e gli amici della paesologia, infatti, lo sviluppo economico può nascere solo se si riaccende nei residenti il desiderio e l'orgoglio del luogo. Mentre con la parola "clemenza", Arminio indica una disposizione d'animo basata sulla comprensione e sul rispetto profondo dei luoghi, che impone al visitatore di spogliarsi d’ogni pregiudizio. I paesi dell'entroterra sono spesso affranti e desolati, hanno ferite evidenti dovute allo spopolamento e all'abbandono. Guardarli con "clemenza" significa non giudicarli con i parametri dell'efficienza urbana o del decoro da cartolina, ma accoglierne la fragilità e l’autenticità con empatia. Si riaccende così il desiderio del luogo e ad esempio nei Parlamenti Comunitari chiunque può prendere la parola: poeti, sindaci, anziani, studenti, sociologi, agricoltori, per discutere di temi cruciali per il futuro dei piccoli paesi, come la sanità nelle aree interne, le scuole che chiudono, l'agricoltura locale e lo spopolamento, o di poesia e memoria. E vedere che persone  da tutta Italia si appassionano ai problemi di un piccolo borgo spinge gli abitanti a esprimere i propri bisogni e a ritrovare l'orgoglio.


Arminio, mai come quest’anno il festival è stato una processione di migliaia.

«Direi di sì, sapevo che ci sarebbe stata tanta gente ma soprattutto ne è venuta tanta da lontano, ragazzi dalla Sicilia, dal Friuli, dal Piemonte e arrivare ad Aliano non è facile, figuriamoci da Torino. I numeri sono grossi ma darei più importanza a quanta voglia c’è stata per mettersi in viaggio, all’aspettativa di queste persone che sono venute da lontano per prendersi cura di questo luogo. Il festival è cresciuto progressivamente ma la questione importante è cosa fanno le persone ad Aliano, la vita che si scatena e produce relazioni, un prodotto immateriale che le persone si portano a casa».

Ci racconta di nuovo perché ha scelto Aliano ?

«Perché è un luogo simbolico, d’esilio, un paese che soffre come tanti per lo spopolamento ma anche per la bellezza e l’originalità del paesaggio; anche quest’anno abbiamo ricordato Carlo Levi e Rocco Scotellaro, figure fondamentali della Lucania, perché il festival è rivolto al futuro ma non dimentica tracce e e radici. Alla Notte della Taranta si va a vedere un grande evento e finisce li, ad Aliano i ragazzi fino alle 5 del mattino seguono conferenze, ne facciamo anche quattro al giorno e scelte con cura, quest’anno anche con Roberto Mancini, un grande filosofo anche se non famoso come Cacciari o Galimberti, che ci ha parlato di non-violenza, si imposta cosi un lavoro culturale importante per tutto l’anno, favorendo spazi per uomini gentili e noi viviamo di artisti come Brunori o Papaleo, di persone che non arrivano coi vetri oscurati e vanno via a cose fatte ma partecipano in pieno spirito di adesione alla nostra idea di comunità».

Aliano come sta reagendo a questo boom di visite ?

«Il paese è cambiato e si è un po’ dotato, sono nate alcune strutture, molti si organizzano per l’accoglienza e ovviamente c’è anche chi invece fa fatica a parcheggiare e si lamenta, è normale. Ma diverse persone ra aspettano un anno per La Luna. Aliano è un posto molto isolato, arriva qualcuno a vedere il museo di Carlo Levi, ma sono visite fugaci. Invece per cinque giorni c’è stata una grande voglia di festival anche perché gli eventi sono tutti gratuiti, e i volontari vengono pagati tutti, la nostra poetica è quella di mettere meno soldi sugli artisti e che nessuno sia sfruttato E noi non abbiamo posti riservati».

Ha detto poetica e non politica.

«Eh sì, noi non facciamo politica né proviamo a farla».

Ci descrive i tanti giovanissimi che incontra? Questi ragazzi sono nelle statistiche ma si dice poco e male di loro, la politica sforna solo pregiudizi alla buona, tanti partono e quanti tornano?

«L’eta media era sui 27 anni con una leggera prevalenza di ragazze. Sono un po’ più sensibili alla peesia e mediamente più colte, leggono di più. Ad Aliano non c’e mai stato un incidente, una rissa, mai nessuno è andato al pronto soccorso, c’è un’umanità pacifica che viene per dare il meglio di se stessa e non è poco. Quanto all’emigrazione questo fenomeno del ritorno non esiste, né ad Aliano né altrove, perché non ci sono politiche che aiutano, in Lucania come in Irpinia. Sì certo, conosco un ragazzo che ha aperto un’attività in paese proprio per il festival e sta cercando di restarvi, ma è una mosca bianca. Questi ragazzi riconoscono la bellezza del paese, ma non c’è chi propone occasioni».

La sua idea poetica di sviluppo interno ha quindi trovato applicazioni in politica?

«Aliano in particolare ha fatto cose buone, perché ha investito sulla cultura: qui ci sono 8 musei per 800 abitanti, coi limiti che può avere una piccola amministrazione che ha perso i suoi migliori ragazzi il sindaco Luigi De Lorenzo ha avuto l’intuizione di dargli valore e Aliano si è candidata a capitale della cultura. Ma non tutti i paesi possono fare questo festival, Carlo Levi e i calanchi li ha Aliano, eppure questo festival è una pura invenzione».

Cioé siete partiti da zero?

«Da sottozero, non c’èra alcuna valorizzazione dei calanchi. Lo sviluppo? Se i governi sono distratti la materia è complessa: non esiste un’idea buona per tutti i paesi, occorrono, in diversa misura, agricoltura, artigianato, industria e turismo a seconda delle vocazioni e dei desiderata del territorio. E servono politiche eccezionali per i giovani, che non possono tornare confidando nella buona volontà: io spenderei, piuttosto che per rifare le piazze, per l’imprenditoria, il lavoro, il restauro del paesaggio, l’assistenza agli anziani, possono esserci un’infinità di possibilità. Mentre magari i bonus per gli abitati avrebbero potuto centrarli sulle aree interne».

È mai stato sorpreso dalla sua creatura e quando ?

«Ogni giorno, Dario Brunori lo conosco da tanti anni ma stargli vicino sul palco mi emoziona, eppure prima di lui mi hanno scosso due grandi giovani musicisti, i fratelli Trabace, semi sconosciuti ma hanno avuto un’accoglienza straordinaria ed è una lezione anche per chi spende tanto per gli eventi senza ottenere questa magia. Il primo anno eravamo in trecento, con Papaleo e Antonio Infantino però capimmo subito che stava nascendo qualcosa.. l’ultima alba del Fest non ha avuto lo stesso impatto emotivo, è stata un’alba un po’ meno poetica.. ci sono rischi quando un evento cresce. E poi la paesologia è una disciplina che ama il piccolo, il defilato.. e apre una contraddizione: ha più senso continuare a far crescere questa creatura o investire su altri luoghi che non hanno la stessa attenzione? Voglio ragionarci coi miei amici, potremmo andare, ad esempio, a Capracotta, vedremo».

Allargare il Fest? Come quando lo Sponz ha coinvolto anche altri paesi?

«Non esattamente, il successo non è portarne 25 mila invece che 20 mila, non dobbiamo avere l’ossessione della crescita, mi chiedo piuttosto dove altro posso portare questa energia.. potrebbe anche partire da zero in altri luoghi, per mettersi alla prova. Dobbiamo avere una mira poetica, non espansiva, ma puntata sulla bellezza e sulla suggestione.. Io non sono un imprenditore, sono un insegnante, direttore didattico, un paesologo e uno scrittore che valuta che, come esperienza, la Luna ha raggiunto il massimo, e che la paesologia è per tutti i paesi abbandonati, defilati, dolenti... abbiamo aiutato Aliano, ora perché non un altro paese?».

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