Sindaci, il partito che non riesce a volare
Anche stavolta il tentativo degli amministratori locali pd di avere un ruolo nazionale è impallinato al primo battito d’ali
Sindaci, il partito che non riesce a volare
Enzo D'errico | 24 agosto 2026Anche stavolta il tentativo degli amministratori locali pd di avere un ruolo nazionale è impallinato al primo battito d’ali
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Anche stavolta svanirà in una nuvola di cenere. Perché l’etereo, eppur tanto temuto, «partito dei sindaci» non sembra avere altro destino che risorgere e morire nel breve volgere di una stagione politica. Senza lasciare traccia se non quella impressa da Matteo Renzi che, dopo essere stato alla guida del Comune di Firenze, riuscì a diventare prima segretario nazionale del Pd e poi presidente del Consiglio. Ma parliamo di una parabola anomala, per molti aspetti controversa, che non nasceva da un lavoro di squadra bensì da un «one man show» più vicino agli stilemi del berlusconismo che a quelli della sinistra storica. Per il resto, siamo di fronte a una storia che da trent’anni si ripete ciclicamente e sempre uguale a sé stessa, con l’araba fenice che prova a spiccare il salto e viene impallinata al primo battito d’ali proprio da coloro che avrebbero dovuto accompagnarla in volo.
Capitò nel secolo scorso, a metà degli anni Novanta, con la generazione dei sindaci eletti a suffragio diretto (Antonio Bassolino, Massimo Cacciari, Francesco Rutelli, Enzo Bianco e altri) che fu azzoppata da Massimo D’Alema, all’epoca segretario del Pds, il quale non esitò con sprezzo a definirli «cacicchi», parola successivamente adottata dalla vulgata parlamentare per etichettare i ras di provincia. Lo stesso termine che molti anni dopo adoperò Elly Schlein, nel suo discorso d’insediamento alla guida del Pd, per mettere alla berlina gli avversari interni (a cominciare da Vincenzo De Luca) che ostacolavano il rinnovamento del partito. Quegli avversari con cui però, in seguito, strinse accordi d’ogni tipo, spianando addirittura la strada alla successione dinastica (come, appunto, nel caso dello zar salernitano che ha preteso per il figlio Piero il comando dei democratici campani).
Il copione è tornato in scena anche nelle ultime settimane: identico, immutato. La nuova leva degli amministratori civici prova a muovere un passo: è in gioco la tenuta di una coalizione malferma, soprattutto sui temi di politica estera, che ha bisogno di andare oltre i confini del voto progressista «duro e puro» se davvero intende vincere la sfida elettorale del prossimo anno. E che per farlo, probabilmente, deve puntare su una leadership capace di esprimere l’intero spettro delle voci interne allo schieramento.
Così balenano all’orizzonte i nomi di Silvia Salis, Gaetano Manfredi e Roberto Gualtieri, ossia tre sindaci di centrosinistra che nelle loro città, a vario titolo, hanno mostrato nei fatti di saper governare con un’alleanza tanto eterogenea.
Salis amministra Genova da poco più di un anno, è vero, ma sul fronte della comunicazione (elemento determinante nella politica attuale, piaccia o meno) non ha rivali. Manfredi a Napoli concluderà a breve il primo mandato e i risultati del suo lavoro sono innegabili: benché (a differenza della collega ligure) sconti un deficit di empatia che è tipico dei professori universitari e talvolta ecceda in cautela, ha ribaltato l’immagine della città trasformandola in uno dei luoghi più cool della Penisola, al punto da traghettare nel golfo l’America’s Cup e milioni di turisti provenienti da ogni angolo del mondo. Ha migliorato (ma non ancora abbastanza) il sistema di trasporto pubblico, condotto a termine quasi tutti i lavori legati al Pnrr e avviato finalmente il riassetto dell’ex area Ilva di Bagnoli mantenendo una linea di collaborazione istituzionale con il governo nazionale. Gualtieri nella Capitale, pur essendo inserito a pieno titolo nell’apparato dei Democrat, ha sensibilmente modificato il suo profilo da ex ministro, a metà tra il goffo e l’impacciato, imparando a usare i social per comunicare i buoni risultati ottenuti durante i suoi primi anni al Campidoglio.
Stiamo parlando, insomma, di una classe dirigente forgiata nella fucina di amministrazioni collocate sul fronte della politica vera, quella che nelle piccole e grandi città è chiamata ogni santo giorno a risolvere (se ci riesce) i problemi più urgenti delle persone e, nel contempo, a programmare il futuro di un’intera comunità. Una classe dirigente che da troppo tempo, a sinistra quanto a destra, scarseggia in maniera drammatica a causa della visione romano-centrica su cui si fonda la politica attuale. Il legame con i territori è divenuto quasi un capo d’imputazione, invece di essere percepito come una risorsa destinata a rinsaldare la tenuta democratica e a iniettare nuova linfa nelle vene delle istituzioni.
Se n’è accorta anche la Lega, con i governatori del Nord decisi a combattere la linea nazionalista di Matteo Salvini. È singolare, invece, che sia proprio il cartello progressista a marciare in direzione ostinata e contraria, ammazzando nella culla (per l’ennesima volta) ogni possibilità di cambiamento pur di salvaguardare le ambizioni dei suoi leader. Testardamente unitario almeno in questo. Sul resto, un po’ meno.
24 agosto 2026
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