Dublinanti di oggi e Dublinesi di Joyce
Nulla basterebbe a stabilire un parallelo tra i «Dubliners» joyciani e i dublinanti di oggi, se non fosse lo stesso Joyce a chiarirci che i suoi personaggi sono dei «reietti dal banchetto della vita»
Dublinanti di oggi e Dublinesi di Joyce
Paolo Di Stefano | 24 agosto 2026Nulla basterebbe a stabilire un parallelo tra i «Dubliners» joyciani e i dublinanti di oggi, se non fosse lo stesso Joyce a chiarirci che i suoi personaggi sono dei «reietti dal banchetto della vita»
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Non è proprio una parola nuova, ma è nuova la sua frequenza: «dublinanti», un vocabolo derivato dal cosiddetto Regolamento di Dublino, secondo cui una richiesta d’asilo doveva essere esaminata dal Paese di primo approdo in Europa. Con il nuovo Regolamento, firmato in giugno, le cose nella sostanza non cambiano, per questo si parla ancora di «dublinanti». Participio presente sostantivato, ma participio di quale verbo? «Dublinare»?
Se «migrante» viene da migrare, «trafficante» da trafficare, «richiedente» da richiedere, «badante» da badare, «dublinante» non ha verbo. E anche se lo avesse, perché «dublinante» e non, per esempio, il gerundio sostantivato «dublinando», cioè colui il quale si appresta a «dublinare» o a «dublinarsi» o a «essere dublinato»? D’altra parte, l’italiano dispone anche di «asilante», una voce proveniente, secondo i vocabolari, non da un ipotetico «asilare» ma dal tedesco «Asylant». La lingua non è mai neutra, e c’è poco da fare, quel «dublinante» proprio non ha senso (un «milanante», un «bolognante» o un «moscante» farebbero ridere). La Treccani, che lo segnala nel suo dizionario online tra i neologismi del 2018, ipotizza una provenienza dall’inglese «Dubliner».
Ma anche «Dubliner», utilizzato come «asilante in attesa», si presta a qualche riserva, essendo già l’equivalente di «dublinese», cittadino di Dublino. Dubliners, si sa, è il titolo di un celebre libro di James Joyce, uscito nel 1914 dopo molti «respingimenti» editoriali e noto in italiano come Gente di Dublino. Si tratta di quindici racconti di straordinaria bellezza che si svolgono nella capitale irlandese (come l’Ulisse). I due motivi che percorrono i racconti sono la paralisi morale, civile, persino mentale della città e la fuga agognata: alla fine, il narratore de I morti (mirabile racconto conclusivo) dice che «era giunto il momento di mettersi in viaggio verso occidente».
Ma nulla basterebbe a stabilire un parallelo tra i «Dubliners» joyciani e i dublinanti di oggi, se non fosse lo stesso Joyce a chiarirci che i suoi personaggi sono dei «reietti dal banchetto della vita». Non c’è definizione migliore non solo per i suoi dublinesi ma per i dublinanti, reietti dal banchetto della vita, «scartati» direbbe papa Leone. Del resto, i reietti sono reietti ciascuno a suo modo, come le famiglie infelici di Tolstoj.
24 agosto 2026
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