Cos’era il fascismo vissuto dall’interno
Corriere della Sera - Cultura

Cos’era il fascismo vissuto dall’interno

Lunedì 24 agosto 2026
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Panatta: «Oggi gli atleti "ascoltano il corpo", io non ho mai avuto un mental coach. Sinner? A me non sembra che crolli»

Cos’era il fascismo vissuto dall’interno

risponde  Aldo Cazzullo

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Caro Aldo,
ho letto l’intervista sul New York Times alla nostra premier Meloni, in cui lei racconta anche come ha iniziato la sua esperienza politica, specificando di averlo fatto a 15 anni, con l’adesione alla destra post-fascista, schierandosi, come lei stessa sostiene, dalla parte scomoda della storia. Lei che ne pensa?
Matteo Canepa, Genova

Caro Matteo,
due settimane fa ci eravamo salutati dicendoci che Giorgia Meloni aveva un’ottima occasione per definire la sua identità politica, rifiutando l’alleanza con Vannacci. Vedremo come andrà a finire. 

Già oggi possiamo notare che la premier ha perso un’ottima occasione per togliersi un dente che all’evidenza non ha alcuna intenzione di togliersi. La intervistava il New York Times, il giornale più importante del mondo. Quale chance migliore per dire: sono antifascista, mi riconosco appieno nei valori della libertà e della democrazia. Così, senza essere costretta ad abiure o a concessioni all’odiata sinistra italiana, rivolgendosi alla comunità internazionale dei princìpi e delle idee. 

Invece si è rifugiata nell’ennesimo gioco di parole: «Chiaramente, se guardiamo a questa storia oggi è una cosa. Se l’avessimo vissuta dall’interno, probabilmente l’avremmo vista diversamente, no?». 

Ma a viverlo dall’interno, si capiva chiarissimamente fin dall’inizio cosa fosse il fascismo. «Quando la nostra violenza è risolutiva di una situazione cancrenosa, è moralissima, è sacrosanta, è necessaria» proclama Mussolini dopo che i suoi hanno distrutto la sede dell’Avanti!, il quotidiano socialista di cui è stato direttore fino a cinque anni prima. Non poteva essere più chiaro cosa fosse il fascismo, quando le squadracce vanno all’assalto delle amministrazioni socialiste, costringendo alle dimissioni il sindaco di Milano e quello di Bologna, conquistando con le armi in pugno Ferrara, Ancona, Bari, Terni, Varese, e poi Civitavecchia, Savona, Bolzano, infine Trento, Vicenza, Belluno. Si poteva intuire cosa sarebbe accaduto, quando il 13 maggio 1921 viene ucciso Eriberto Ramella Germanin, consigliere provinciale di Biella, aggredito dodici contro uno; quando il 29 maggio un centinaio di fascisti, nascosti dai passamontagna tipo rapinatori o membri del Ku Klux Klan, danno la caccia ai socialisti di Coniolo Monferrato casa per casa; quando l’11 dicembre 1921 le camicie nere di Cremona tendono un agguato lungo una strada di campagna ad Attilio Boldori, invalido di guerra, lo ammazzano a bastonate e vengono difesi dal capo, Roberto Farinacci, con questa motivazione: «Non è colpa loro se le ossa del cranio di Boldori si erano rivelate troppo deboli». 

Tutto questo accade prima che i fascisti prendano il potere, gettino dalle finestre i socialisti di San Lorenzo che avevano tentato di resistere alla marcia su Roma, evirino, accechino e trascinino legato a un camion il capo dei metalmeccanici torinesi, l’anarchico Pietro Ferrero (i negazionisti possono consultare le testimonianze raccolte da Giancarlo Carcano in «Strage a Torino», La Pietra editore), sevizino e uccidano Giacomo Matteotti, ammazzino a bastonate don Giovanni Minzoni, un prete, provochino la morte di Piero Gobetti, liberalsocialista, e di Giovanni Amendola, liberale conservatore. 

Nessuno tra questi era comunista.

24 agosto 2026

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