Amatrice, il sisma e l'essenziale
Con la mia amica Federica abbiamo ricordato i giorni del sisma e le ho chiesto come avesse deciso cosa prendere e portare via quando riuscì a entrare rapidamente nel suo appartamento devastato. Mi ha risposto: «In realtà in quel momento non ho pensato a niente. Ho preso al volo due giacche e sono corsa fuori».
Amatrice, il sisma e l'essenziale
Elvira Serra | 23 agosto 2026Con la mia amica Federica abbiamo ricordato i giorni del sisma e le ho chiesto come avesse deciso cosa prendere e portare via quando riuscì a entrare rapidamente nel suo appartamento devastato. Mi ha risposto: «In realtà in quel momento non ho pensato a niente. Ho preso al volo due giacche e sono corsa fuori».
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Il 24 agosto di dieci anni fa nella Valle del Tronto la terra tremò in mezzo alla notte. Erano le 3.36 prima dell’alba. Soltanto ad Amatrice morirono 237 persone, altre 51 ad Arquata e 11 ad Accumoli. La mia amica Federica stava più a Nord, nelle Marche, vicino a Fiastra. Quella notte sentì anche lei il terremoto, ma non subì alcun danno. Non fu altrettanto fortunata il 26 ottobre di due mesi dopo, quando la stessa sequenza sismica raggiunse la sua casetta con giardino, dove al piano di sopra fino a poco tempo prima viveva la suocera: sarebbe morta lì, se non fosse già scomparsa, seppellita dal tetto.
Federica quel giorno era andata a trovare i genitori a Subiaco, assieme al compagno. Ripartì subito dopo aver sentito la scossa e non appena arrivò in paese si preoccupò di riabbracciare Chicca ed Eos, la gatta e il cane che si erano salvati sul prato, quello che sarebbe stato anche il suo «Piano B» se fosse successo con lei in casa. Da poco, al mare, dove ci siamo conosciute quando eravamo poco più che bambine, abbiamo ricordato i giorni del sisma e le ho chiesto come avesse deciso cosa prendere e portare via quando riuscì a entrare rapidamente nel suo appartamento: magari una collanina?, un bracciale speciale?, una foto ricordo?
«In realtà in quel momento non ho pensato a niente. Ho preso al volo due giacche e sono corsa fuori, eravamo tutti in zona rossa». Non sono pratica di terremoti, ne ho seguito soltanto uno per lavoro, nel 2012, in Emilia. Ho il ricordo nitido delle scosse intorno all’ora di pranzo nella zona industriale di Mirandola, lo squarcio sull’asfalto e l’esplosione dei vetri nei capannoni, dove morì uno degli imprenditori che avevo intervistato il giorno prima. A Milano, l’impressione che la terra tremasse mi rimase per mesi. Ho provato a mettermi nei panni di Federica, che dopo il suo terremoto è ritornata a vivere a Subiaco, dove nel frattempo ha sposato il compagno. La loro vecchia casa non è stata ancora ricostruita. È riuscita a recuperare qualche mobile, i vestiti, poco altro. Ma capisco la sua nebbia quando ha dovuto scegliere in pochi minuti cosa prendere e cosa lasciare. In uno sforzo di immedesimazione, forse, al posto suo non avrei nemmeno toccato niente: sarei rimasta sul prato, stretta al cane, al gatto, al mio compagno. Perché loro sono ripartiti da lì, insieme. Non avevano bisogno di nient’altro.
23 agosto 2026
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