Carl Naughton, lo psicologo della trasformazione a Bolzano: «Vi spiego come funziona la curiosità. L'Ai? Ci fa perdere la capacità di avere visioni diverse»
Lo psicologo della trasformazione inaugura l’evento «Global Forum Südtirol». Sull'AI: «La macchina risponde a tutto, ma non sa decidere quale problema meriti risposta»
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Carl Naughton, lo psicologo della trasformazione a Bolzano: «Vi spiego come funziona la curiosità. L'Ai? Ci fa perdere la capacità di avere visioni diverse»
di Silvia M. C. SenetteLo psicologo della trasformazione inaugura l’evento «Global Forum Südtirol». Sull'AI: «La macchina risponde a tutto, ma non sa decidere quale problema meriti risposta»
«Chi teme risposte insolite non porrà mai una nuova domanda. L’intelligenza artificiale? Offre risposte veloci e coerenti: il rischio è perdere l’abitudine a opinioni contrapposte e complessità, vero motore del pensiero critico umano». Carl Naughton, psicologo della trasformazione, docente di Psicologia economica alla Fom di Francoforte, tra i massimi esperti mondiali di curiosità aziendale, arriva al Global Forum Südtirol a Bolzano l’11 settembre, inaugurandolo con la relazione «La forza scomoda: perché la curiosità scuote le certezze».
Professor Naughton, di cosa parlerà a Bolzano?
«Della curiosità misurabile. Con Todd Kashdan ho analizzato oltre 5.000 persone dividendo la curiosità in quattro tratti: esplorazione gioiosa, spinta da divario di conoscenza, apertura alle idee altrui e capacità di sopportare l’ignoto. Dai dati emerge che il primo è il tratto più debole: non abbiamo più l’attitudine a sperimentare. L’ultimo è invece l’elemento più critico, ma più correlato a innovazione e prevenzione del burnout. Chi teme risposte insolite non farà mai nuove domande».
Perché la curiosità è una «forza scomoda»?
«Perché fisiologicamente nasce da un deficit: il cervello registra una lacuna e questo genera tensione, prima che piacere. La curiosità si attiva aprendo un divario. Porsche lamentava di non avere tempo per innovare, noi abbiamo chiesto di concentrarsi sui quesiti: alla ventesima domanda si sono accorti che il loro modello di riunione era il vero limite. Un disagio emerso alla ventesima domanda, non alla terza».
Cosa chiederà ai leader e alle leader in platea?
«Ingegneri e olimpionici falliscono deliberatamente e in dosi controllate, la leadership fallisce per caso e parla di crisi. La mia sfida: scrivete una convinzione della vostra azienda che vi imbarazzerebbe scoprire errata e formulate la contro-argomentazione più solida. La maggior parte non ci riesce, l’impossibilità è già la risposta».
Nell’era dell’AI qual è l’elemento umano che non si può replicare?
«La macchina risponde a tutto, ma non sa decidere quale problema meriti risposta. Le manca la capacità di essere turbata dal non sapere, quel piccolo fastidio di fronte alla lacuna cognitiva. Inoltre l’AI non genera mai contraddizioni: dando la risposta più probabile, rischia di farci perdere l’attitudine a sostenere visioni opposte. Anche se guarderei al “mai” con cautela: si sta già lavorando ad algoritmi con curiosità artificiale».
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Come si crea la sicurezza di rischiare senza timori?
«Il 61% di chi lavora riferisce che la cultura di evitare l’errore spegne la curiosità: un dato che dovrebbe preoccupare ogni consiglio di amministrazione. Servono momenti di verifica dedicati alla curiosità, non alla condivisione di risposte. E una culture dell’errore partendo dai vertici, per analizzare le cause dei fallimenti. Infine, bisogna dare un nome alle emozioni per abbassare la tensione e iniziare ad apprendere».
Perché quando si cresce si smette di esplorare?
«Bambine e bambini in età prescolare pongono 26 domande all’ora a casa, alla scuola dell’infanzia scendono a due. Un manager o una manager di 44 anni ne fa sei al giorno, quasi tutte logistiche. Le risposte sono diventate troppo economiche rispetto alle domande. Alla base c’è la paura di scoprire cose che ci imporrebbero di cambiare. La riattivazione richiede una diagnosi: capire se un tema necessita solo di sollecitazione, rischio o vero coraggio».
Verso quali dettagli si indirizza la sua curiosità?
«I manuali di istruzioni, soprattutto le avvertenze, le persone sui mezzi pubblici e le storie di rottura dei modelli rigidi. Spesso mi sforzo di ripercorrere cose che davo per assodate, come Ravel o il caffè: funziona in modo imbarazzante».
Qual è la certezza che oggi è pronto a mettere in discussione?
«L’idea che con buoni strumenti si possa prevedere il futuro e prepararsi. Il lavoro con l’Unesco mi ha mostrato che il miglior pensiero di domani appartiene a chi sa sostenere più futuri simultanei, accettando la pluralità. Rinuncio alla speranza di arrivare a sapere: punto a sviluppare la capacità di stare, con competenza, nel non sapere».
22 agosto 2026
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