I ragazzi, lo smartphone (e noi adulti): il nuovo libro di Carlo Verdelli
Esce il 5 febbraio per Einaudi Stile libero «Il diavolo in tasca. Genitori e figli prigionieri del telefonino». Le presentazioni a Milano e Roma
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I ragazzi, lo smartphone (e noi adulti): il nuovo libro di Carlo Verdelli
di FERRUCCIO DE BORTOLIEsce il 5 febbraio per Einaudi Stile libero «Il diavolo in tasca. Genitori e figli prigionieri del telefonino». Le presentazioni a Milano e Roma
«Absorbed by Light», installazione ideata dall’artista Gali May Lucas e realizzata dalla scultrice Karoline Hinz per l’Amsterdam Light Festival del 2018
Nel suo libro Il diavolo in tasca (Einaudi Stile libero) Carlo Verdelli va dritto al punto. E si rivolge ai genitori, agli educatori e a tutti coloro che temono la «stupefacente schiavitù» del telefonino e il rimbecillimento della «droga digitale». O peggio il cosiddetto Brain rot , il marciume cerebrale per eccesso di consumi online. Siete pronti a dare il buon esempio? A comportarvi con moderazione nell’uso, anche diuturno, del vostro smartphone? Ad autolimitarvi, in buona sostanza. A non inondare di messaggi, video e like il prossimo, a non brandire il vostro smartphone come fosse un’arma impropria. Non solo alla guida (è un reato e pochi mostrano di saperlo). Ma anche a tavola, nelle conversazioni private e di lavoro e via di seguito. Perché se la risposta sincera è negativa, allora inutile strologare sui divieti ai minorenni, sulle regole nelle scuole, su quanto era bello il mondo in cui era più facile disconnettersi. Ah, che nostalgia!
Quando nel 1972, uscì in Italia il celebre film Prendi i soldi e scappa, con Woody Allen, suscitò interesse uno dei protagonisti che continuava a dare numeri fissi ai quali i suoi interlocutori avrebbero potuto trovarlo. Voleva essere sempre rintracciabile. Un nevrotico fuori dal mondo. Apparivano invece soltanto maleducati, agli occhi di Dino Buzzati, gli spettatori della Scala che lasciavano suonare, durante un concerto, i loro «teletini». Ma era solo una cronaca immaginaria. Scritta sul «Corriere» del 1966 fantasticando sul futuro della scienza e dei costumi. Poi il portatile è stato inventato davvero. Si è evoluto rimpicciolendosi ed è diventato una protuberanza del nostro corpo. A maggior ragione da quando, vent’anni fa, è stato possibile collegarsi alla rete Internet. E a fare di tutto, anche troppo. Oramai ce n’è quasi uno per ogni abitante della Terra. Morale odierna: potremmo sopportare altre mutilazioni fisiche ma non quella di separarci dal nostro smartphone. Nei giorni scorsi, il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato la presentazione di una legge per proibire l’accesso ai social network ai minori di quindici anni. In Italia anche la Lega ha in animo di proporre una misura simile. L’Australia ha vietato, dal 10 dicembre del 2025, l’uso di alcune app a chi ha meno di sedici anni. Una scelta che è piaciuta agli adulti (non risulta che abbiano cambiato le loro abitudini), ma è stata fortemente avversata dai giovani che si sono sentiti privati di una loro libertà. Molti account sono stati cancellati ma vi è stato un fiorire di tanti altri, falsi, in dispregio alla legge. Reddit, una grande piattaforma americana, si è rivolta alla Corte suprema australiana sostenendo che il divieto limita la libertà d’espressione. Qualche protesta pubblica in Australia c’è stata, ma nulla in confronto all’ondata di violenze che ha costretto il governo del Nepal a cancellare un divieto analogo — ma generale e con finalità diverse — nei confronti di diverse piattaforme occidentali. Il confine tra il dovere di educare e proteggere soprattutto i minori e la tentazione autoritaria di reprimere diritti e libertà personali è sottile. Specie se chi è destinatario di un divieto o di una precauzione, che ci appare non solo saggia ma anche salutare, si sente discriminato, colpito nella propria individualità. Ed è la considerazione che spinge alcuni ad essere cauti nei divieti. Proibire esalta il desiderio. Ci siamo svegliati troppo tardi, accusa Verdelli, ma qualcosa comunque dobbiamo fare. Non abbiamo compreso quanto inarrestabile fosse la deriva. Illuminanti le parole di Leone XIV nel suo messaggio per la Giornata delle comunicazioni. La sfida che abbiamo davanti non è tecnologica bensì antropologica. «Custodire i volti e le voci significa, in ultima istanza, custodire noi stessi». Ecco, custodire, che bel verbo.
Secondo Verdelli non basta una norma per disintossicarci. Un regolamento europeo incoraggia gli Stati membri a far osservare un limite dei sedici anni. O, come in Italia, dei tredici anni con il consenso dei genitori, poi a quattordici liberi tutti. In realtà liberi tutti sempre, se non grazie a famiglie e insegnanti in grado di far rispettare — e soprattutto far capire — opportunità e pericoli, dipendenze. Ma quanta fatica, quanta presenza, quanti controlli che, in qualche caso sono persino asfissianti e controproducenti. Non è sufficiente a salvare la nostra coscienza l’obbligo imposto a ragazze e ragazzi di consegnare il proprio portatile prima di entrare in aula. Va combattuto però quel senso di impotenza che assale genitori e insegnanti. Perché altrimenti vorrebbe dire rassegnarsi al declino della civiltà della parola e del dialogo. E arrenderci allo strapotere di grandi piattaforme digitali, americane o cinesi, «che sanno tutti di noi mentre noi non sappiamo niente di loro». E questo è semplicemente intollerabile in una democrazia. I nostri figli o nipoti sono stati presi in ostaggio.
Al recente World economic forum di Davos, il premier spagnolo Pedro Sanchez ha proposto di superare l’anonimato in Rete collegando obbligatoriamente ogni account all’identità digitale. Il navigatore è conoscibile soprattutto nel caso si commettano reati, non nella sua libertà di indossare una maschera digitale. Un modo per tenere lontani soprattutto i minorenni dai siti porno o del gioco d’azzardo (cui accede il 44,8 per cento degli adolescenti italiani). L’anonimato è sinonimo di libertà d’espressione delle dittature, nelle democrazie rischia di garantire l’impunità a chi propala fake news, aggredisce il prossimo con espressioni di odio, alimenta il cyberbullismo. Si legge nel libro di Verdelli che il 37 per cento degli adolescenti è vittima di episodi di bullismo in Rete, con le conseguenze che conosciamo e immaginiamo. La premiata serie Adolescence descrive alla perfezione come la china omicida si apra, improvvisa e incontrollata, nelle vite di tanti «bravi ragazzi». «La droga è reclamata dal corpo, il cellulare dalla testa». Lo smartphone è l’ago del tossicomane. Esagerato? Non tanto. «Il capitalismo cellulare — spiega il filosofo coreano Byung Chul Han — declassa gli esseri umani a bestie da dati e consumi». E Umberto Galimberti, nel riprendere un dato secondo cui nei Paesi Ocse, cioè sviluppati, un terzo della popolazione fatica a leggere e capire un testo, riprende Friedrich Nietzsche. «Quando l’umanità diventa un gregge cerca un capo». Qualche prova che lo stia cercando è disseminata nell’infosfera che ogni giorno alimentiamo di banalità, falsità, insulti. Salvo poi chiedersi come impedire che gli smartphone entrino nelle scuole.
Le presentazioni a Milano e Roma«Il diavolo in tasca. Genitori e figli prigionieri del telefonino» di Carlo Verdelli esce giovedì 5 febbraio per Einaudi Stile libero (pp. 160, euro 16). Verdelli (Milano, 1957) lo presenterà venerdì 13 febbraio a Milano con il direttore del «Corriere» Luciano Fontana (ore 18.30, Libreria Rizzoli in Galleria) e mercoledì 25 a Roma con Walter Veltroni (ore 18.30, Libreria Spazio Sette Ubik).
3 febbraio 2026 (modifica il 3 febbraio 2026 | 15:33)
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