Franco Michieli, il geografo e camminatore senza Gps: «Perso nella nebbia sulle Alpi ho capito come ritrovare me stesso»
Un vita sui sentieri di tutto il mondo e un nuovo libro, Per ritrovarti devi prima perderti : «Troppi vaggiano per fare selfie. Il cammino cura l'ansia di controllo e l'invasione del virtuale della nostra epoca»
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Franco Michieli, il geografo e camminatore senza Gps: «Perso nella nebbia sulle Alpi ho capito come ritrovare me stesso»
di Piera GentaUn vita sui sentieri di tutto il mondo e un nuovo libro, Per ritrovarti devi prima perderti : «Troppi vaggiano per fare selfie. Il cammino cura l'ansia di controllo e l'invasione del virtuale della nostra epoca»
Sulle colline del Biellese, lungo i percorsi della Casa del Cammino Lento, capita spesso di incontrare Franco Michieli. Esploratore, geografo e scrittore, da anni attraversa montagne e territori remoti senza Gps, bussole o carte, affidandosi ai soli segni della natura. Nel suo ultimo libro, Per ritrovarti devi prima perderti (Ediciclo), il cammino diventa una riflessione sul bisogno di controllo e sul nostro rapporto con il paesaggio. Franco Michieli tornerà in Piemonte il 6 settembre come ospite del festival LetterAltura di Verbania nell’incontro «Dialogo con Tè – Fuori rotta: il senso dell’avventura oggi».
Lei scrive che per ritrovarsi bisogna prima perdersi. Quando ha capito che smarrirsi non era un errore?
«È stato un processo lungo, iniziato da ragazzo nelle prime uscite in montagna con il maltempo. Poi durante la traversata delle Alpi dal mar Ligure all’Adriatico. Nella nebbia la via sembrava sparire, ma andando avanti con fiducia la strada tornava a comparire. Ho capito che esisteva una relazione possibile con l’ambiente».
E quell’esperienza si è ripetuta?
«Molte volte, soprattutto nelle traversate in Norvegia, Islanda, Scozia e Groenlandia. Ci sentivamo persi, ma imparavamo ad attendere un segnale: una schiarita, il sole, un dettaglio del terreno. E spesso ritrovavamo la direzione».
La salvezza sta nel perdere la linea pianificata, scrive. Non siamo più capaci di farlo?
«Sì. Esiste una dipendenza dall’avere sempre informazioni e sicurezze. È una sicurezza virtuale che spesso sostituisce il rapporto diretto con ciò che ci circonda. Il bambino che gioca nella natura esplora spontaneamente e amplia la propria visione del mondo. Noi adulti perdiamo questa curiosità e siamo sempre più condizionati dall’ossessione della sicurezza».
Che cosa la preoccupa di più nel rapporto contemporaneo con la natura?
«La perdita della consapevolezza della relazione. Tutto viene ridotto a sfondo instagrammabile. In molte aree selvagge il turismo è diventato una sequenza di tappe per il selfie. Così perdiamo la capacità di capire ciò che accade davvero agli ecosistemi».
Il viaggio è quasi secondario rispetto a ciò che succede durante il cammino, dice.
«L’esperienza centrale è interiore. Non mi interessa raggiungere luoghi inesplorati, ma muovermi senza un progetto rigido, lasciandomi guidare dagli incontri e dai segni che emergono lungo il percorso».
C’è qualcosa di spirituale in questo perdersi?
«Sì, ma non in senso religioso. È una spiritualità naturale che nasce dall’accettare l’incertezza e dal mantenere attenzione verso ciò che accade intorno a noi».
Qual è la lezione più importante che ha imparato?
«Che il perdersi e il ritrovarsi non riguardano solo il cammino. Questa fiducia si trasferisce nella vita e aiuta ad affrontare le crisi».
Che consiglio darebbe a chi vuole recuperare un rapporto più autentico con la realtà?
«Cominciare da piccole cose: cercare il silenzio, ritagliarsi del tempo disconnesso, osservare il sole e i punti cardinali. Poco alla volta si scopre che sentirsi in relazione con il mondo naturale restituisce fiducia».
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