La mentalità borbonica delle ferrovie italiane
Corriere della Sera - Cultura

La mentalità borbonica delle ferrovie italiane

Giovedì 4 giugno 2026
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Intervista a Cesare Casella: «Due anni con una catena alla caviglia e una al collo, tra topi e serpenti. Il momento in cui mi dissero: "Vai a casa"»

La mentalità borbonica delle ferrovie italiane

risponde  Aldo Cazzullo

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Caro Aldo,
viaggio regolarmente sulla tratta Roma-Reggio Calabria. molte volte al mese da diversi anni e non c’è mai, dico mai una volta in cui il treno arrivi in orario: c’è sempre in agguato un guasto tecnico sulla linea, lavori di manutenzione, poi gli scioperi, poi i pedoni sui binari, poi un altro treno davanti che rallenta la corsa, poi gli interminabili minuti «in attesa dell’autorizzazione a partire»... Insomma sono sempre viaggi della speranza.
Silvia Florio, Roma

Siamo andati a Parigi con il Frecciarossa. Tutto bene, ma per rientrare a Milano sui cartelloni a Gare de Lyon il treno non c’era, abbiamo appreso che era stato annullato. Conclusione: siamo tornati in autobus... e nessun rimborso dei biglietti.
Sandro e Adriana Rosotti

Abbiamo viaggiato in treno fino a Torino, partenza da Milano, un’ora circa di viaggio in programma, 20 minuti di ritardo, e non si è capito perché. Insomma che dire? Meno male che non sono un pendolare.
Filippo G. 

Cari lettori,
non è facile gestire la linea ferroviaria di un Paese lungo, stretto, tormentato dal punto di vista orografico e burocratico. E i treni italiani, per quanto rincarati, costano una frazione di quelli americani, che non sono più comodi, anzi. Tuttavia la sensazione è che le ferrovie dello Stato o come si chiamano adesso, siano ancora gestite secondo un’antica mentalità borbonica, per cui è il cittadino al servizio dell’Ente statale, e non viceversa. Ogni giorno dalle vostre mail arrivano notizie di piccoli disservizi, di piccole arroganze, di piccole inefficienze, che tutte insieme diventano una questione. Che non dipende mai, o quasi mai, dai singoli. I ferrovieri italiani al contrario hanno un’antica tradizione di cultura, umanità, civiltà. I pochissimi antifascisti militanti reclutavano tra i ferrovieri, che avevano un retroterra socialista ed erano fra i pochissimi a viaggiare, in un Paese dove occorreva un’autorizzazione amministrativa anche solo per un trasloco. Anche oggi quasi sempre tra il personale viaggiante delle ferrovie (mi adeguo anch’io al lessico burocratico) si incontrano persone gentili e interessanti. Poi magari trovi la signora del Frecciarossa che alla stazione di Brescia ferma clamorosamente lontano, quasi in aperta campagna, e fischia per sollecitare la partenza, mentre la folla corre accaldata sotto il solleone e sale infilando il piede nel treno. Ma il vero problema non è la scortesia del singolo, non è neanche l’inefficienza; è la mentalità. I bagni fuori servizio, l’aria condizionata che non funziona, il ritardo permanente. E gli scioperi, ormai un’abitudine, senza che l’utente capisca il perché. I governi dagli scioperi non sono neppure scalfiti. Gli scioperi servono a far pressione sull’opinione pubblica affinché a sua volta faccia pressione sul governo. Non mi pare che i continui scioperi dei trasporti stiano raggiungendo l’obiettivo. Forse sarebbe il caso di cambiare strategia.

4 giugno 2026

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