Marina Barham, direttrice di teatro a Betlemme: «Gli artisti non possono separarsi da ciò che accade nel mondo»
Corriere della Sera - Cultura

Marina Barham, direttrice di teatro a Betlemme: «Gli artisti non possono separarsi da ciò che accade nel mondo»

Giovedì 4 giugno 2026
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L'esperienza di gestione del teatro Al-Harah al centro di un incontro al C.a.s.a. di Napoli: «Abbiamo tutti una responsabilità verso la giustizia, i diritti umani e la libertà di espressione»

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Marina Barham, direttrice di teatro a Betlemme: «Gli artisti non possono separarsi da ciò che accade nel mondo»

di Francesca Menna

L'esperienza di gestione del teatro Al-Harah al centro di un incontro al C.a.s.a. di Napoli: «Abbiamo tutti una responsabilità verso la giustizia, i diritti umani e la libertà di espressione»

«Chi lavora nell’arte non può essere separato da ciò che accade nel mondo. Gli artisti hanno una responsabilità verso la giustizia, i diritti umani e la libertà di espressione». 
Marina Barham, direttrice del teatro Al-Harah di Betlemme, è appena arrivata a Napoli. Questa sera alle 19 sarà protagonista dell’incontro Una voce per il teatro e la cultura in Palestina al Centro delle arti della scena e dell’audiovisivo (C.a.s.a). Barham si soffermerà sulla situazione attuale in Palestina e sul ruolo del teatro nell'aiutare la comunità a superare i traumi. «Il teatro – spiega – sta riconquistando spazio, ritrovando la propria voce e proteggendo lo spirito creativo che riflette il dolore e il percorso intenso delle persone».

Quali sono le principali difficoltà per chi lavora nel teatro in Palestina?
«Le restrizioni agli spostamenti sono enormi: tra città, villaggi e campi profughi esistono circa 1.200 cancelli oltre ai checkpoint. Un tragitto di quaranta minuti, come Betlemme-Hebron, può diventare di due o tre ore. Al problema logistico dovuto all’occupazione, si aggiunge la paura costante di essere fermati, perquisiti, arrestati o picchiati. Una mia collega, Nada, con disabilità uditiva, è stata fermata al ritorno da Ramallah: una soldatessa l’ha fatta scendere dall’auto accusandola di ridere e l’ha colpita allo stomaco. È rimasta traumatizzata. Infine, naturalmente i finanziamenti sono un problema enorme per le organizzazioni della società civile. L’Unione europea era uno dei principali finanziatori della cultura, delle arti e dei diritti umani in Palestina. La situazione è cambiata nel 2019, quando il Parlamento europeo ha introdotto una nuova condizione politica per l’accesso ai finanziamenti destinati alle organizzazioni palestinesi. Questa clausola faceva riferimento a sette partiti politici palestinesi classificati dall’Ue come formazioni terroristiche e imponeva alle organizzazioni beneficiarie di effettuare controlli preventivi sui propri collaboratori. In pratica, avremmo dovuto verificare l’identità delle persone con cui lavoriamo, controllarne i precedenti e accertarci che non avessero alcun legame con le organizzazioni inserite nelle liste europee. Per noi era inaccettabile: significava trasformarci in controllori del nostro stesso popolo e contribuire alla criminalizzazione di persone che, a nostro avviso, non dovrebbero essere trattate come sospette a priori. Abbiamo quindi rifiutato di accettare questa condizione e perso i finanziamenti». 

Parliamo del teatro Al-Harah, di cui sei direttrice. Quante persone siete?
«Siamo sei lavoratori a tempo pieno e collaboriamo con altri freelance. Quest’anno è stato molto difficile riuscire a continuare a pagare gli stipendi, l’affitto. Per questo abbiamo avviato il fundraising individuale: ho fatto un tour di incontri e conferenze in Svezia e nel Regno Unito, chiedendo alle persone di diventare “amici dell’Al Hara Theater”. Abbiamo anche lanciato una campagna GoFundMe, attraverso cui le persone possono donare per i programmi dedicati ai bambini, alle donne e alle altre attività del teatro. Stiamo cercando di costruire nuovi progetti di cooperazione con teatri nel Regno Unito, in Svezia, in Danimarca e ora speriamo di fare lo stesso con i teatri italiani». 

Che trasformazioni osserva nei bambini e nei giovani che partecipano ai laboratori teatrali?
«Il teatro offre ai bambini, ai giovani, alle donne e alle persone con disabilità uno spazio sicuro in cui potersi esprimere, parlare e provare a superare la paura quotidiana. È un luogo dove possono immaginare, sognare, pensare liberamente. Permette loro di vivere, anche solo per un momento, la propria infanzia. Per i giovani significa avere una voce, poter raccontare ciò che pensano e ciò che vivono senza paura».

Cosa significa mantenere vivo uno spazio culturale sotto continua minaccia?
«Dobbiamo essere molto creativi nel trovare modi per restare connessi alla nostra comunità. All’inizio del genocidio a Gaza ci sentivamo impotenti: non potevamo entrare nella Striscia, inviare aiuti o parlare liberamente di ciò che stava accadendo. Era necessario trovare altre forme di coinvolgimento e testimonianza. Per questo, all’inizio del 2024, è nato un progetto dedicato alle storie dei bambini uccisi a Gaza. L’obiettivo era ricordare al mondo che non sono semplicemente numeri, ma esseri umani con una vita, una famiglia, sogni e un’identità. Le loro storie sono state raccolte in un podcast, tradotto anche in inglese e diffuso attraverso una rete internazionale come strumento di advocacy e sensibilizzazione. Allo stesso tempo, abbiamo ripensato l’utilizzo dei fondi destinati alle attività teatrali. Nella cultura palestinese, durante periodi di lutto così profondi, una performance può essere percepita come fuori luogo. Così abbiamo deciso di sostenere artisti e operatori culturali a Gaza nell’organizzazione di laboratori e attività creative per i bambini, compatibilmente con le condizioni di sicurezza. Negli ultimi due anni siamo riusciti a sostenere quasi quaranta artisti nella Striscia».

Che ruolo possono avere le organizzazioni culturali indipendenti nel costruire una rete di solidarietà?
«Non solidarietà, ma cooperazione. Il teatro è un linguaggio universale che favorisce l’incontro tra persone di Paesi e culture diverse. Attraverso tournée internazionali, gli spettacoli palestinesi portano all’estero storie che aiutano il pubblico a comprendere la realtà del nostro popolo e a conoscere il patrimonio culturale e creativo della Palestina. Con Maramiya, uno spettacolo basato sulle testimonianze di palestinesi costretti a lasciare la propria terra nel 1948, abbiamo portato in Danimarca e Svezia racconti che hanno spinto molti spettatori a riflettere sui legami tra quella tragedia storica e quanto accade oggi a Gaza e in Cisgiordania. Anche lavori come Deadlift, del regista Bashar Murkus, una performance fisica e senza parole che esplora la capacità umana di sopportare il peso delle esperienze e rialzarsi continuamente, mostrano come l’arte riesca a superare barriere linguistiche e politiche. Per gli artisti palestinesi è fondamentale essere riconosciuti non solo come vittime del genocidio in corso, ma anche come professionisti e protagonisti della scena culturale contemporanea».

Quali sono le sue aspettative verso le istituzioni culturali europee e internazionali?
«La prima è la cooperazione: inviti reciproci, scambi tra teatri, possibilità di collaborazione reale. La seconda è il sostegno strutturale, anche attraverso istituzioni o teatri che possano “adottare” realtà come la nostra e supportarle nel tempo. La terza è una responsabilità etica. Il teatro deve restare uno spazio libero, in cui sia possibile prendere posizione quando è necessario: l’arte deve essere sempre per la giustizia globale. E poi è fondamentale incontrarsi sul campo, venire in Palestina, lavorare con le persone: solo così si comprende davvero la realtà».

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