«St’acqua mm’è ssanghe, me coce!»
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«St’acqua mm’è ssanghe, me coce!»
di Maria Angela RobustelliPer arrivare a Castellammare di Stabia, ai consueti cinquanta minuti - se tutto va bene - di metropolitana e circumvesuviana, di solito, armandomi di coraggio, prediligo la macchina. Che sia inverno, primavera o autunno quella è la direzione per l’estate.
La strada che da ragazzina, in una macchina carica di bagagli, mamma, papà, fratelli e cane, mi portava al mare piena di nuovi prepositi per le vacanze.
Quella mattina ero in largo anticipo per le prove musicali che si tenevano nello studio di registrazione del mio caro amico e musicista di talento, il Maestro T , così decisi, cavalcando quella bolla di ottimismo, che avrei trovato parcheggio con disinvoltura e sarei andata in Villa Comunale per visitare la famosa Cassa armonica che non avevo mai visto e a fare una passeggiata sul lungomare fino a raggiungere il porto. Arrivata finalmente alla meta, camminavo senza fretta solleticata da una piacevole brezza primaverile e respirando a pieni polmoni quel profumo di mare. Raggiunsi un piccolo slargo pedonale decorato con aiuole e alberi, nei pressi di alcuni palazzi storici del rione marinaro e stavo per sedermi a uno dei tanti chalet per godermi quei venti minuti di tempo vacuo. Quando notai un imponente monumento di pietra lavica grigia, una specie di enorme fontana senz’acqua, con un’evidente iscrizione sul marmo bianco che diceva, Nature Gloria Humanitatis Salute - A gloria della Natura per la salute dell’umanità.
A parte l’immagine decadente seppur evocativa di quella fontana ferma nel tempo e nella sua natura, quello che mi colpì particolarmente fu un ragazzo molto giovane che da solo, con la sua telecamera, la riprendeva da varie angolazioni.
Carmine, 22 anni, nato a Castellammare, studente di fotografia e regia alla Scuola Internazionale di Comics di Napoli, un’educazione d’altri tempi e gli occhi che brillavano di una certa passione che cercavo di decifrare.
Stava lavorando a un progetto commissionatogli dall’Accademia che esplorasse i quattro elementi; lui aveva scelto di raccontare l’acqua girando un cortometraggio dal titolo preso in prestito da un verso di uno stabiese doc, Raffaele Viviani, St’acqua me coce , optando per un meccanismo narrativo che si muovesse più per contrasto che per analogia, che ne esprimesse cioè l’essenza mettendone in scena la mancanza.
Quella fonte infatti, conosciuta come la storica fonte dell’Acqua della Madonna , che sgorgava un tempo sotto la Chiesa di Santa Maria di Porto Salvo - una delle ventotto sorgenti di acque idrominerali dalle eccezionali proprietà benefiche per mente e corpo, che avevano reso Castellammare, una tra le più famose mete termali in Europa sin dai tempi di Plinio il Vecchio in epoca romana, per raggiungere il suo massimo splendore alla fine del Settecento sotto il Regno dei Borbone, fino al boom della seconda metà degli anni Sessanta - era stata chiusa come tutte le altre sorgenti della città ormai da anni, ufficialmente a causa di un grave problema di inquinamento.
Alcune analisi ufficiali dell’Asl avevano rilevato in quella straordinaria varietà di acque minerali medicamentose, tracce chimiche di nichel, radon e infiltrazioni batteriche fecali, dovute alla scarsa manutenzione e igiene adeguata delle antiche condotte sotterranee comunali.
Gli stabiesi potevano così dire addio all’acqua regina per i disturbi dell’apparato digerente e del fegato, a quella sulfurea per le patologie respiratorie, dermatologiche e reumatiche - oltre che deliziosa col bicarbonato e il limone - all’acqua ferrata eccellente per l’anemia e il recupero psicofisico e all’Acqua della Madonna storicamente nota come l’acqua dei naviganti o dei pellegrini, celebre per la sua purezza e per la capacità di conservarsi a lungo sui vascelli marittimi o nelle bisacce dei viaggiatori.
«Il rischio è dimenticare», continuò Carmine, dopo avermi raccontato tantissime altre cose, ribollendo d’indignazione per le difficoltà della sua terra con cui aveva un legame viscerale.
«A tredici anni non ero bravissimo a scuola ma cominciai a registrare col telefonino tutti i momenti da ricordare. I miei posti del cuore» e mi indica una banchina poco più avanti dove aveva dato il suo primo bacio, «la strada piena di gente per raggiungere lo Stabia Hall e andare a vedere i film sui supereroi, le passeggiate in Villa coi miei genitori quando stavano ancora insieme, le gite scolastiche, le partite di calcio con i miei compagni. È stato allora credo, che decisi che avrei fatto il regista».
E mentre mi parlava di tutto questo, avevo l’impressione che la sua città fosse stata una fedele compagna di viaggio, il teatro di posa per un giovane cineasta che attraverso il Cinema, voleva preservarne la memoria di antico splendore, come si fa custodendo un album dei ricordi di una famiglia serenamente allargata come la sua, che gli aveva fatto avere sei nonni, tre fratelli, due papà - uno di questi, musicista con la passione per Viviani - e una mamma giovanissima, cantante della tradizione.
Capii quanto nascere in quel luogo di storia, fucina di artisti e cantori indimenticabili, di tradizioni leggendarie e al tempo stesso abbandonato delle istituzioni, avesse rappresentato per quel giovane figlio del nuovo millennio, un percorso di formazione emotiva e una spinta creativa fatta di dissenso, di una sana rabbia sociale e di struggimento poetico.
Con quel bellissimo titolo vivianeo in testa, tornai alla macchina e di colpo, dopo quell’incontro inaspettato, mi riaffiorarono naturalmente alla memoria dei versi, Pur’io pazziavo ô strummolo, ô liscio, ê ffiurelle, a ciaccia, a mazza e pìvezo, ô juoco d’’e ffurmelle: ma, a dudece anne, a tridece, cu ‘a famma e cu ‘o ccapì, dicette: - Nun pò essere: sta vita ha da fernì. Pigliaie nu sillabario: Rafele mio, fa’ tu! E me mettette a correre cu A, E, I, O, U .
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4 giugno 2026
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