La crisi di Hormuz non è la catastrofe
Corriere della Sera - Cultura

La crisi di Hormuz non è la catastrofe

Mercoledì 3 giugno 2026
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Daniel Yergin — uno dei maggiori esperti mondiali di petrolio, autore tra l’altro del fondamentale libro The Prize, la storia del settore dal 1850 al 1990 — ha sottolineato nei giorni scorsi che ormai l’emisfero occidentale estrae più barili di quanti ne estraesse l’intero Medio Oriente prima della guerra in Iran

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La crisi di Hormuz non è la catastrofe

Danilo Taino | 3 giugno 2026

Daniel Yergin — uno dei maggiori esperti mondiali di petrolio, autore tra l’altro del fondamentale libro The Prize, la storia del settore dal 1850 al 1990 — ha sottolineato nei giorni scorsi che ormai l’emisfero occidentale estrae più barili di quanti ne estraesse l’intero Medio Oriente prima della guerra in Iran

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È sbagliata l’idea che il Golfo sia il cuore dell’energia del mondo e che lo Stretto di Hormuz sia il suo rubinetto. Diffusa ma fuorviante. Ha origine nelle crisi energetiche degli Anni Settanta e Ottanta del Novecento, solo che oggi la situazione è radicalmente diversa. Non unicamente perché allora gli Stati Uniti erano il maggiore importatore di greggio e oggi sono il primo produttore di petrolio e di gas naturale (fatto che di per sé cambia l’equazione energetica). C’è molto, molto altro a fare la differenza e a rendere la crisi di oggi nel Golfo Persico e a Hormuz seria ma meno catastrofica di quel che spesso si pensa. Daniel Yergin — uno dei maggiori esperti mondiali di petrolio, autore tra l’altro del fondamentale libro The Prize, la storia del settore dal 1850 al 1990 — ha sottolineato nei giorni scorsi che ormai l’emisfero occidentale estrae più barili di quanti ne estraesse l’intero Medio Oriente prima della guerra in Iran. Ricorda che il Canada è il quarto produttore mondiale, che il Brasile produce quanto il Venezuela così come la Guyana, che la regione Vaca Muerta dell’Argentina ha aumentato l’estrazione di petrolio di sei volte rispetto al 2020. E, sul Wall Street Journal, prevede che la crisi attuale a Hormuz aumenterà gli investimenti in pozzi in Africa e in generale in Occidente. Tra l’altro, l’Arabia Saudita sposta sette milioni di barili al giorno attraverso oleodotti che non toccano lo Stretto di Hormuz, su una capacità produttiva massima di 12 milioni (10,1 milioni quelli effettivamente estratti fino al febbraio scorso). Lo stesso vale per Abu Dhabi. Il blocco iraniano che impedisce al traffico del Golfo di uscire ed entrare spinge in alto il prezzo del barile e della benzina, pone problemi a tutti, limita le forniture in particolare ai Paesi asiatici molto dipendenti dai flussi dal Medio Oriente; ma non sta strangolando le economie e la finanza. Tra l’altro, nei decenni scorsi l’efficienza delle produzioni è straordinariamente aumentata, serve meno energia per fare molte più cose: è vero che la rivoluzione dell’intelligenza artificiale richiede grandi quantità di energia ma difficilmente esse saranno fornite dai combustibili fossili. L’importante — sottolinea Yergin — è che i governi siano prudenti nei loro interventi: in passato hanno molto peggiorato le crisi petrolifere: meglio lasciare che sia il mercato «a bilanciare offerta e domanda».


3 giugno 2026

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