Madeleine Thien, tra le scrittrici preferite di Barack Obama: «Nell’era dell’intelligenza artificiale abbiamo ancora bisogno delle storie»
Corriere della Sera - Cultura

Madeleine Thien, tra le scrittrici preferite di Barack Obama: «Nell’era dell’intelligenza artificiale abbiamo ancora bisogno delle storie»

Mercoledì 3 giugno 2026
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L’incontro a Rovereto con l’autrice alla Libreria Arcadia dove presenterà il nuovo romanzo «Il libro dei ricordi»: «I libri sono un ricettacolo di vita per la mente e l’immaginazione»

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Madeleine Thien, tra le scrittrici preferite di Barack Obama: «Nell’era dell’intelligenza artificiale abbiamo ancora bisogno delle storie»

di Martina Dei Cas

L’incontro a Rovereto con l’autrice alla Libreria Arcadia dove presenterà il nuovo romanzo «Il libro dei ricordi»: «I libri sono un ricettacolo di vita per la mente e l’immaginazione»

Madeleine Thien e Barack Obama

Domani arriva alla Libreria Arcadia di Rovereto (ore 19) la scrittrice canadese, di origine cinese, Madeleine Thien, con Il libro dei ricordi (66thand2nd, pagine 408, euro 20). Narrativa speculativa e romanzo storico, filosofia e poesia, il libro è «una bellissima parabola sulla migrazione, la memoria e la lotta per riconoscere la nostra comune umanità», come l’ha definito l’ex presidente americano Barack Obama, inserendolo tra le sue letture preferite. La storia è quella di Lina e suo padre, costretti a scappare di casa in fretta a causa di un’inondazione, portando via solo poche cose care, tra cui tre volumi che raccontano la vita di personaggi storici, scienziati, filosofi e poeti.

Thien perché ha scelto di raccontare questa storia?
«Perché i libri sono un ricettacolo di vita per la mente e l’immaginazione. Quando uno dei protagonisti del romanzo, il papà di Lina, tira giù a caso dallo scaffale i volumi da portare con sé nella fuga probabilmente senza ritorno, ancora non sa che saranno gli unici testi che la figlia avrà a disposizione dai sette ai quattordici anni».

Cosa rappresenta l’arte del raccontare per lei?
«Una delle questioni centrali del libro è proprio questa. Come la storia di una vita attraversa generazioni, epoche, lingue e geografie. Che forma assume un’idea quando diventa racconto. Mentre Lina e i vicini ripercorrono le vite di Hannah Arendt, Baruch Spinoza e Du Fu, il tema della memoria e del ricordo distorto è ricorrente. Il gruppo si interroga su come vecchie idee possano trovare nuova linfa nel presente, talvolta a fin di bene e talvolta no».

Quanto ci ha messo a scrivere il libro?
«Nove anni. È stato un processo dal quale ho imparato tanto, che mi ha cambiata per sempre».

Qual è il ruolo della narrazione nell’era dell’intelligenza artificiale?
«Oltre a scrivere, insegno. E ho notato che anche se le tecnologie cambiano, il desiderio o forse la necessità di esprimersi rimangono. Continuiamo a chiederci come trovare il nostro posto nel mondo, a interrogarci sulla nostra mortalità, a domandarci in cosa credere e cosa no. Come sosteneva Hannah Arendt, ci affidiamo alle storie per umanizzare la selva dell’esperienza».

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Dove trova l’ispirazione per i personaggi?
«È come se emergessero dalle pagine, dagli incontri degli uni con gli altri. Ciascuno porta con sé epoche e storie, mostrandomi altri modi di vivere e scegliere».

Lei è nata a Vancouver da genitori cinesi. Questo come ha contribuito a formare la sua identità?
«Forse la loro migrazione è ciò che ha inciso più di tutto. Mamma è nata in Cina durante la guerra, è stata portata a Hong Kong che era ancora molto piccola. Papà è nato in quello che una volta si chiamava Borneo settentrionale britannico, poi diventato parte della Malesia. I miei genitori hanno studiato in Australia, sono tornati in Malesia e alla fine sono partiti per il Canada durante le guerre in Vietnam e Cambogia. Hanno avuto un grande coraggio e provato tante volte a ricominciare da zero, sempre sperando che noi figlie e figli potessimo sentirci a casa nel mondo».

Che Cina ritrae nei suoi libri?
«Complessa e umana. Fatta di aspirazioni, arte e idee. Intenta a fare i conti con le trasformazioni e le tragedie del ventesimo secolo. Ma racconto anche la lealtà nelle amicizie, nell’amore e in famiglia».

I suoi riferimenti letterari?
«Ma Jian, Italo Calvino, Jorge Luis Borges, Bohumil Hrabal, Yoko Ogawa».

Il romanzo che le piacerebbe scrivere?
«Ne ho due in mente, dedicati alle tecnologie che stanno dando forma al mondo. Quest’ultimo libro è quasi finito. Al suo interno parlo del realizzare i vestiti a mano, una cosa che ha segnato la mia infanzia e le vite di mia mamma e delle sue sorelle».

Dieci anni fa esatti, usciva «Non dite che non abbiamo niente» (66thand2nd), epopea familiare tra la Cina e l’Occidente che le è valso la finale del Booker Prize e altri riconoscimenti come lo Scotiabank Giller Prize. Qual è il messaggio per chi ha imparato a conoscerla attraverso quelle pagine?
«Penso che quel libro continui a interrogarsi su cosa significa tenere traccia dei tempi in cui viviamo e sull’importanza di coloro che si caricano sulle spalle il compito di fare memoria».

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